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Ricordi e considerazioni sull’undici settembre 2001

Questo mio “appunto” arriva tardivo, rispetto a questo triste, quinto anniversario. Ma ho voluto pubblicarlo perché aiuta me stesso, e spero anche a chi lo leggerà, a ricordare le sensazioni provate in quei momenti, nei giorni e negli anni successivi. Perché credo che quell’undici settembre di cinque anni fa abbia segnato la vita di tutti.

Ero in ufficio a lavorare quando tutto ebbe inizio.
Entrò un collega che con aria un po’ sconcertata e preoccupata disse di aver ascoltato alla radio la notizia che a New York era successo un gravissimo incidente o qualcosa del genere. Bastò poco meno di mezz’ora e, grazie al televisore acceso nell’ufficio del nostro dirigente, cominciammo a capire quello che realmente stava accadendo.
Appena ebbi chiaro il fatto che si trattava di attentati terroristici, la prima cosa che mi venne istintivamente in mente e che dissi, rivolgendomi ai presenti, fu: “questa è guerra! siamo in guerra!”. E ricordo benissimo che, a quelle mie parole, quel dirigente, con un sorriso di compatimento, mi disse qualcosa tipo: “ma che guerra e guerra!“.
Col passare degli anni mi sono sempre più reso conto che quella mia affermazione, purtroppo, era più che mai vera.

Allora non amavo occuparmi troppo di politica. Intuivo semplicemente che qualcosa non funzionava in Occidente e me la prendevo con il lassismo italiano ed europeo che consentiva ad immigrati clandestini di invadere il nostro Paese.
Ero pendolare e, passando tutti i giorni per una delle più grandi stazioni italiane, mi trovavo spesso a constatare di persona gli effetti negativi di una politica a dir poco sciagurata.
Non conoscevo neanche tanti aspetti della politica internazionale e forse anche per questo non riuscii a reagire con sufficiente forza, come farei oggi, ai tanti (troppi) colleghi che quel giorno, ma anche i successivi, dissero: “gli americani se la sono cercata”, “gli americani se lo sono meritati”, “è un complotto del governo americano” e tutto il resto. Tutti luoghi molto (troppo) comuni, purtroppo, in una regione profondamente rossa come quella in cui vivo. Ma qualcosa, a livello istintivo, mi suggeriva che queste persone erano vittime di questi luoghi comuni.
Da allora fui preso da una fame irrefrenabile di saperne di più. Cominciai a seguire trasmissioni televisive di approfondimento, presi più spesso in mano i giornali e lessi prima l’articolo e poi il libro “La rabbia e l’orgoglio”, della grandissima Oriana Fallaci. Della stessa Fallaci divorai successivamente “La forza della ragione” e poi “Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’apocalisse”. “Pugni allo stomaco” che spezzavano la coltre “politicamente corretta” dei “media”, che durava da troppo tempo, e che mi scossero profondamente.

Credo che non si debba mai finire di ringraziare Oriana Fallaci per il suo coraggio di dire cose molto scomode (specie per gli ipocriti “ben pensanti”). E credo che oggi si debba anche ringraziare uomini come Marcello Pera e Papa Benedetto XVI che, con i loro scritti (come “Senza radici“) e il loro operato, scavano a fondo nelle ragioni della decadenza dell’Occidente, che hanno reso vulnerabili le nostre democrazie ancora molto “giovani” ed “imperfette”.
Come sostiene anche il mio amico Sorvy, siamo solo all’inizio di una “sfida”, in cui sono in gioco la nostra cultura ed i nostri Valori, ai cui esiti noi non riusciremo sicuramente ad assistere.
Però, pur nella nostra piccola realtà quotidiana, credo che ognuno di noi possa contribuire a vincere questa “sfida”, anche solo discutendo dei nostri Valori con le persone che conosciamo. Anzi, credo che sia addirittura un dovere “testimoniare” questi Valori: per il bene dei nostri figli e delle generazioni che verranno. E c’è una “parola d’ordine” che credo si dovrebbe tenere sempre a mente: LIBERTÀ.

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