Archivio per la categoria 'Massimo Pandolfi'

(in)quieto vivere

Lo scorso febbraio è nato un nuovo blog, gestito a quattro mani, dal nome alquanto intrigante: (in)quieto vivere.
Tra l’altro vi partecipa un amico, Massimo Pandolfi, a cui abbiamo fatto riferimento già varie volte in passato.

Nell’intestazione del sito si leggono le seguenti parole…

Prendere sempre e comunque per buono quello che si legge sulla “grande stampa”. Andare a letto tranquilli, incassate le certezze di qualche tiggì e l’anestesia di un bel reality. Provare imbarazzo a casa propria, imparando a farsene una ragione. Pensare che in fondo potrebbe anche andar peggio, e che allora tutto sommato va bene così.
Credere di scegliere, esistere in quanto target. Non poter distinguere l’informazione dallo spot, concludendo che forse non è poi così importante.
Questo, in 2 parole, si chiama “quieto vivere”.
NoI SiAmO L’eSaTto cOnTrArIo… NOI SiAmO qUeLLi di

Cosa aspettate per visitarlo?

IVAN LIGGI – Una recente intervista

Riporto l’ultima intervista di Ivan Liggi, rilasciata pochi giorni fa nel carcere di Forlì a Massimo Pandolfi e pubblicata sull’edizione de Il Resto del Carlino del 22 giugno 2006.

Il poliziotto in galera – «La mia battaglia per la libertà» – Ivan Liggi e la grazia: «Ci spero»
dall’inviato Massimo Pandolfi
Forlì – Quando ci incontriamo, Ivan Liggi non sa ancora che a una manciata di chilometri da qui, da questo carcere forlivese che da 614 giorni è diventata la sua casa, vive da uomo praticamente libero Ferdinando Carretta, il ragazzo che a Parma sterminò la famiglia.
Meglio così, forse. Infatti, scherzi del destino, sapete cosa ha detto come prima cosa Ivan, ieri mattina alle nove, al vostro cronista?
«Mi sento un peso, per tutti. Che senso ha tenermi qua dentro dalla mattina alla sera? Vorrei poter lavorare, rendermi utile, aiutare chi ha bisogno e poi, per carità, la sera tornare in cella». Ciò che praticamente succede a Carretta, proprio a Forlì; Carretta che ha sterminato volontariamente la sua famiglia e Liggi che continua a ripetere che nove anni fa ha sparato per sbaglio a un ragazzo in fuga, figuriamoci se lo voleva uccidere.
Comunque: l’incontro ha un altro scopo. Parlare di Ivan Liggi e della sua richiesta di grazia, proprio nel giorno in cui da Rimini partono in tour per l’Italia i camper della speranza, della grazia.

Chi è perplesso dice: Liggi ha presentato la richiesta di grazia troppo presto, magari fra qualche anno potrà ottenerla, ora no. Tu che rispondi?

«Ti rispondo chiedendo di guardarmi in faccia. Ti sembro un pericoloso criminale capace di compiere reati appena uscito da qui?».

Onestamente no, ma mica si può giudicare solo dalla faccia…

«Ecco, ti aggiungo che fino al giorno della sentenza definitiva della Cassazione ho continuato a fare il poliziotto, lo Stato mi faceva girare con la pistola e ho ricevuto complimenti. E poi, chiedi pure in giro, prima di entrare qua dentro sono sempre stato un ragazzo perbene».

Ivan, nove anni fa hai ucciso un uomo…

«So solo io il dolore che provo dentro di me e che segnerà tutta la mia vita. Però più che continuare a dire che non solo non volevo uccidere quel ragazzo, Giovanni, ma che non volevo neppure sparare e che il colpo è partito accidentalmente dalla mia pistola, cosa posso fare?».

La sentenza ha scritto il contrario: omicidio volontario.

«La rispetto e sto pagando. Penso però che sia mio diritto dire che non la condivido. Lo ripeterò anche dopo nove anni, cinque mesi e un giorno dalla condanna, quando sarò un uomo definitivamente libero».

Sempre che Napolitano non ti conceda la grazia.

«Io non mi illudo, poi si sta peggio».

Però Napolitano ha cominciato la sua missione al Quirinale concedendo la grazia a Bompressi e se il buongiorno si vede dal mattino…

«Me lo auguro. Vorrei solo che non si facessero giochi o speculazioni politiche. Io la politica non la conosco, non la seguo, non ci capisco niente. E un po’ ci resto male anche quando il mio caso viene affiancato a quelli di Sofri, Bompressi e compagnia…».

Però si dice che Ciampi non ti abbia firmato la grazia per i suoi vecchi contrasti con l’ex ministro Castelli che non voleva liberare Bompressi e Sofri…

«Non lo so e non mi interessa saperlo. Vorrei solo che il giorno in cui verrà esaminato il mio caso, si tenga conto della mia persona e basta. E vorrei ricordare che, comunque si valuti l’accaduto, io quella maledetta mattina del 1997 mi ero alzato per andare a lavorare e stavo cercando di fare il mio dovere: l’ho fatto evidentemente male se è successo quello che è successo. Mi sembra però che resti tanta indifferenza fra il sottoscritto e tanta gente che si svegliava non per andare a lavorare, ma per uccidere».

Liggi, cosa ti sta insegnando il carcere?

«Che la solitudine è una brutta bestia. Che le domeniche, le feste, sono giornate terribili.
Mi sono preso un impegno: prima o poi uscirò di qui, tornerò a vivere e lavorare e allora, almeno nei giorni di festa, dedicherò un po’ delle mie ore alle persone sole, agli anziani, agli ammalati, ai carcerati. Penso a un sorriso, magari una carezza, un panettone da mangiare insieme. Il carcere mi sta insegnando queste cose».

Aiutiamo Ivan Liggi

IVAN LIGGI – Un poliziotto in galera – La storia

Il suo caso, tra i cittadini di TocqueVille, non è una novità. Ne hanno già parlato Simone Casadei (23 febbraio, 28 maggio e 14 e 19 giugno scorsi), Enzo Cumpostu (30 maggio) e Forza Mondavio (01 giugno). E chiedo scusa se probabilmente mi è sfuggito qualche altro intervento in merito.

Però credo che sia utile mantenere viva l’attenzione su questa triste vicenda che riguarda Ivan Liggi, in carcere da oltre un anno.
Specialmente in questi tempi in cui si è concessa la grazia a Ovidio Bompressi e in cui, molto probabilmente, la stessa cosa accadrà anche per Adriano Sofri (ambedue esponenti di Lotta Continua e condannati per l’omicidio del Commissario della Polizia di Stato Luigi Calabresi).
Tempi in cui Sergio D’Elia, ex responsabile dell’organizzazione terroristica Prima Linea e condannato per omicidio, pur avendo scontato la pena ed essendo quindi “eleggibile”, viene nominato segretario dell’Ufficio di presidenza della Camera: nomina che moralmente suona come totale mancanza di rispetto nei confronti della vittima e un’ulteriore umiliazione nei confronti dei familiari della stessa.
E tempi in cui un altro personaggio come Daniele Farina, condannato due volte nel 1986 per reati che vanno dall’oltraggio alla fabbricazione/detenzione di materiale esplodente (per non contare le tante “segnalazioni”, anche molto recenti), viene nominato addirittura vicepresidente della Commissione Giustizia.

Dall’ottobre del 2004, Ivan Liggi “è l’unico agente italiano in carcere, con sentenza definitiva, perché giudicato colpevole del reato più grave, l’omicidio volontario, commesso durante un’operazione di polizia, non fuori servizio”.

Ivan Liggi - Un poliziotto in galeraA lui è stato dedicato anche un libro: “Un poliziotto in galera – L’odissea giudiziaria di Ivan Liggi” scritto da Massimo Pandolfi, caporedattore de “Il Resto del Carlino” (autore, con Riccardo Fantini, del libro “Inchiostro rosso – Le vere veline dell’era Berlusconi”), e Simona Pletto, giornalista de “La Voce di Romagna”, e pubblicato da Edizioni Ares.
Nel libro si racconta dettagliatamente questa drammatica vicenda che inizia il 24 febbraio 1997, a Rimini. In estrema sintesi, la storia è la seguente.
Giovanni Pascale quel giorno, alla guida della sua auto, compie un’infrazione che viene notata da una pattuglia della polizia stradale formata da Ivan Liggi e dal collega Cristian Briganti.
I poliziotti tentano inutilmente di fermare Pascale che fugge con l’auto rischiando anche, ad un certo punto, di causare un incidente con un altro automobilista.
L’inseguimento prosegue tra un semaforo rosso non rispettato ed anche un tentativo di Pascale di buttar fuori strada l’auto dei poliziotti, mentre lo affiancano e gli intimano nuovamente l’alt con la paletta di servizio.
Ad un successivo semaforo rosso, grazie anche alla presenza di altre auto ferme e ad una manovra compiuta da Liggi, Giovanni Pascale si trova bloccato senza possibilità di proseguire.
I poliziotti escono quindi dall’auto per raggiungere la sua macchina. Ivan Liggi scende subito dopo il collega ed estrae la pistola d’ordinanza inserendo un colpo in canna. Giovanni Pascale, che appare con lo sguardo fisso avanti a sé, quando gli viene intimato di scendere dall’auto inserisce la sicura alla portiera, sempre senza girare lo sguardo. Ivan Liggi, vedendo la resistenza passiva opposta dall’uomo, ripone la pistola in fondina per tentare di aprire lo sportello con entrambe le mani mentre il conducente continua a guardare fisso in avanti. Per questo motivo, Ivan prova quindi a portarsi di fronte all’auto di Pascale. Ma proprio in quel momento le auto incolonnate cominciano a ripartire perché il semaforo è tornato verde. Anche Pascale riparte investendo Ivan Liggi, che mette le mani sul cofano dell’auto per ripararsi dall’impatto. Ivan cade a terra, anche se non completamente, e, mentre vede l’auto allontanarsi, si rialza velocemente e prova ad inseguirla a piedi estraendo istintivamente la pistola. Dall’arma parte un colpo, uno soltanto. L’auto prosegue la sua corsa per un altro centinaio di metri, per poi fermarsi sbattendo contro un palo. I due poliziotti risalgono in auto e raggiungono rapidissimamente la vettura di Pascale. Purtroppo, per Giovanni non c’è nulla da fare: giace sanguinante, colpito alla testa.

Giovanni Pascale, la vittima, era un bravo ragazzo tutto casa, lavoro e Chiesa. Non era affatto un delinquente.
Ancora non si sa esattamente perché quel giorno abbia agito in quel modo, quasi come se fosse un automa (continuava a guardare fisso davanti a sé nonostante le urla dei poliziotti che gli chiedevano di scendere dall’auto).
Secondo alcuni aveva paura di arrivare in ritardo al lavoro: era infatti stato richiamato dal suo datore di lavoro perché proprio in quel periodo tardava spesso a prendere servizio. Ma questa ipotesi appare poco plausibile perché Giovanni doveva iniziare la sua attività (svolta in un centro commerciale poco lontano) entro le ore 8.30 e, quando è accaduta la tragedia, non erano ancora le 7.30.
Secondo altri la causa è da ricercarsi in un possibile effetto collaterale dovuto ai farmaci antidepressivi che assumeva, essendo in terapia già da alcuni mesi da una psicoterapeuta neurologa.
Purtroppo, Giovanni Pascale si è portato via con sé la soluzione a questo enigma.

Ad ogni modo, da quel giorno, per Ivan Liggi inizia una vera e propria odissea giudiziaria che, come evidenziato molto più chiaramente nel libro, è stata ulteriormente complicata da un iniziale “intervento” di alcuni superiori ma che, una volta chiarite le cose, presenta aspetti davvero paradossali.
Il risultato è che Ivan, a distanza di poco meno di otto anni da quel tragico giorno, finisce in carcere condannato a nove anni e cinque mesi di detenzione per “omicidio volontario”.
L’odissea giudiziaria si svolge in cinque tappe.
Nel 1998, la Corte d’Assise di Rimini condanna Ivan a quattro anni per “omicidio colposo” e “falso ideologico”, con sospensione per cinque anni dal servizio (pena che comunque non l’avrebbe portato in carcere).
Nel 2000, la prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Bologna impugna la sentenza e trasforma l’imputazione in “omicidio volontario” (più di nove anni di carcere).
Nel 2001, dopo il ricorso della difesa, la Cassazione annulla la precedente sentenza rinviandola alla Corte d’Appello di Bologna.
Nel 2002, la Corte d’Appello di Bologna riconferma la condanna per “omicidio volontario”.
Nel 2004, la Cassazione rende inutile l’ulteriore ricorso della difesa e, con sentenza definitiva, condanna Ivan Liggi al carcere (9 anni e 5 mesi) e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Anche la Corte dei Conti fa la sua parte e chiede a Liggi di risarcire al Ministero dell’Interno la somma di 130mila Euro più gli interessi, pari a 11,16 Euro giornalieri, che maturano dal 28 febbraio 2003.

A nulla è servito far presente ai giudici che, come si può anche dedurre da una sentenza del 1991, la mancata reiterazione dei colpi alluda alla mancanza del dolo di omicidio volontario, come sempre sostenuto da Liggi. E questa tesi è anche avallata da alcune testimonianze, di cui però stranamente non si è tenuto sufficientemente conto, ma anche dal fatto che Ivan otteneva punteggi scarsi al poligono di tiro e, perciò, non poteva certo essere considerato un “cecchino”.
Quindi, secondo gli autori del libro (ma anche del sottoscritto che – essendo stato istruttore e commissario del Tiro a Segno Nazionale – lo ha letto e riletto valutando, per così dire, anche alcuni aspetti tecnici) e di tante altre persone che hanno seguito la vicenda da vicino, questa storia non è altro che un tragico incidente (dovuto sicuramente ad imperizia di Liggi) che ha fatto non una ma due vittime: Giovanni Pascale e lo stesso Ivan. Imperizia, non volontà omicida, come invece ha decretato la Cassazione.

Purtroppo, fino ad oggi, non ha ancora avuto seguito la domanda di grazia, presentata dalla famiglia Liggi il 15 marzo 2005 e supportata da circa 15mila persone, fra cui Ivelise Pascale, sorella di Giovanni, che ha offerto ad Ivan il suo perdono.
E’ quindi inevitabile chiedersi perché, come scrive anche il padre di Ivan, «c’è chi dopo tanti omicidi e dopo aver sciolto il corpo di un bambino nell’acido, ottiene i permessi per uscire dal carcere», mentre per un ex poliziotto, incappato in un tragico errore durante lo svolgimento del proprio lavoro, ancora non si sia mosso nulla.

Aiutiamo Ivan Liggi

Romano Prodi – Una biografia scomoda

Tutte le ombre dell’impero Romano
Tratto da Il Giornale – n. 65 del 18/03/2006

«Io presidente del Consiglio? Non penso proprio a queste cose, l’Italia ha bisogno di facce nuove», Romano Prodi, aprile 1993. Tempo tre anni e la bugia si avvera. Perché in realtà fin da ragazzino il sogno di Romano era diventare premier. È la moglie Flavia Franzoni a raccontare, nell’autobiografia di coppia Insieme (San Paolo, 2005), che lui diciannovenne studente della Cattolica di Milano, dopo aver superato l’esame di Codice civile, il più duro, urlò ai compagni di stanza Tiziano Treu e Giovanni Maria Flick: «Tra me e la presidenza del Consiglio non ci sono più ostacoli». Era l’inizio della parabola che avrebbe portato «un uomo qualsiasi» dalle seggiole dell’università alle poltronissime del potere italiano ed europeo.
«L’uomo qualsiasi» è l’inserto monografico che oggi (18/03/2006 – n.d.miscredente) il Domenicale, settimanale diretto da Angelo Crespi, dedica all’ex presidente Iri, ex presidente della Commissione Europea, ex presidente del Consiglio dal 1996 al 1998. Sotto il simbolo dell’omino stritolato dal torchio, che richiama l’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini, sotto le manchette dei pomodori Cirio «buoni per tutte le salse», tre pagine di «agiografia non autorizzata del professore Romano Prodi» scritte dal giornalista Massimo Pandolfi.
Contro i 120 libri, perlopiù dispregiativi, sul Cavaliere, la bibliografia su Romano Prodi è magrissima. «Non esistono in libreria – scrive Pandolfi – libri critici contro il Prof. o comunque si possono contare sulle dita di una mano. Ce n’è uno, del 2000, che ha vissuto una storia emblematica. Si intitola Prodeide, è stampato da una casa editrice che non c’è più, e l’ha curato Antonio Selvatici, un giornalista che oggi vende case». Ex giornalista, perché dopo la biografia non autorizzata di Prodi, «gli hanno fatto terra bruciata intorno».
Eppure nell’armadio di Prodi gli scheletri abbondano (c’è anche un fantasma, quello della famosa seduta spiritica in cui il Professore tirò fuori il nome «Gradoli», la via di Roma dove si trovava un covo brigatista durante il sequestro Moro). Vent’anni fa era il manager pubblico più pagato d’Italia, con 201 milioni di lire di imponibile nel 1984. «E quando nel 1998 dichiarò: “In borsa guadagni poco etici”, nel frattempo possedeva un portafogli azionario di un miliardo e 219 milioni che col boom dell’epoca di Piazza Affari si rivalutò in quasi 3 miliardi».
Nel luglio 1993 fu sentito come testimone della vicenda Sme dal pm Antonio Di Pietro, oggi suo alleato. Di Pietro sbattè i pugni sul tavolo: «E i soldi alla Dc chi glieli dava? Lei era capo dell’Iri, possibile che non mi sappia riferire niente?. «Prodi terrorizzato – scrive Pandolfi – andò pare a chiedere conforto al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Qualche giorno dopo arrivò a più miti consigli anche il procuratore capo Francesco Saverio Borrelli: guarda caso al successivo interrogatorio di Prodi, Di Pietro non era neanche più presente».
Nel 1981 Prodi fondò Nomisma, società di analisi e consulenza economica, «il capolavoro del sacro Romano impero». Attorno a Nomisma cresce una rete di incroci tra il Prodi consulente e il Prodi manager pubblico. Come nel 1992, quando viene nominato «garante per le conseguenze territoriali dell’Alta velocità» e tre mesi dopo le Fs chiesero proprio alla Nomisma di Prodi una relazione su tale impatto. Sintetizza perfettamente il giudice Francesco Paolo Casavola, che assolse Prodi per gli strani intrecci di Nomisma: «L’idea che le commesse siano state affidate perché a richiederle erano il presidente dell’Iri e il suo assistente alle società collegate è verosimile, ma non assume gli estremi di reato».
Le pagelle di Prodi presidente della Commissione europea sono pessime. Il giudizio della (oggi) alleata Emma Bonino sulla gestione Prodi degli affari Ue: «Cervello piatto». Il Financial Times: «La sua performance è stata orrenda». Sempre il FT: «È un dilettante, catapultato su una poltrona troppo importante per lui». Le Monde su Prodi a Bruxelles: «Una commissione in pieno caos». Il Times di Londra titolò: «Il problema Prodi». Il tedesco Die Welt: «Impacciato, dal linguaggio piatto, un uomo che perde spesso il filo del discorso dando l’impressione di non sapere bene di cosa stia parlando.»
È invece infallibile nel procurarsi e coltivare amicizie influenti. «Prodi trova immancabilmente l’amico giusto al momento giusto. Come Giovanni Bazoli, dominus di Banca Intesa, suo fedelissimo, insieme potente banchiere e azionista principe del Corriere della Sera». Già, l’informazione. Quante penne alla corte di Romano. «Negli archivi abbiamo trovato degli ossequiosissimi Arrigo Levi, Lietta Tornabuoni, Giuseppe Turani, Luca Giurato. E nello staff di Mortadella sono passati negli ultimissimi anni Rodolfo Brancoli, Albino Longhi e Gad Lerner». Cioè, tre ex direttori del Tg1.

——————————————————————

NOTE

Massimo Pandolfi è caporedattore de Il Resto del Carlino. E’ anche autore, insieme a Riccardo Fantini, del libro “Inchiostro rosso – Le vere veline dell’era Berlusconi“, pubblicato nel 2004 dalle Edizioni Ares. Nel 2005 ha pubblicato, tramite lo stesso editore, il libro “Un poliziotto in galera – L’odissea giudiziaria di Ivan Liggi“, scritto insieme a Simona Pletto.


ATTENZIONE
Chi volesse inserire commenti, a seguito dei post, può farlo sul blog ufficiale.
Io sto con Israele

Top Posts

  • Nessuna

Blog Stats

  • 11,250 visite
php hit counter