Archivio per la categoria 'Ipocrisie'

Mortadella allo sterco

Hezbollah è un movimento terrorista che purtroppo è stato più volte legittimato dai nostri politici(?) di sinistra, come Diliberto, e perfino da Massimo D’Alema (secondo me, il ministro degli esteri più antisemita che l’Italia abbia mai avuto), che lunedì scorso, in Libano, ha visitato le zone bombardate andando a braccetto con un deputato appartenente a questo movimento terrorista.
Il Libano è quindi, a tutti gli effetti, “zona di guerra” ancor più dell’Iraq e dell’Afghanistan perché si avrà a che fare con i militanti di un movimento politico terrorista che fa parte dello stesso governo libanese (e che pare sia stato addirittura a conoscenza dei piani di Hezbollah).

Nonostante la situazione, però, questa volta “Mortadella“, con grandissimo convincimento, ha intenzione di mandare le nostre truppe in Libano e parla apertamente di missione di pace.
Ma non era sempre lui che (ipocritamente e con grande sprezzo del ridicolo) sosteneva che i nostri soldati in Iraq ed in Afghanistan fossero forze d’occupazione?

Questa missione di pace in Libano, come le altre due citate, è sempre sotto l’egida dell’ONU. Però, questa volta, i nostri soldati rischieranno ancora di più perché non dovranno svolgere solamente compiti di “pubblica sicurezza”, ma (come osserva il buon Fausto Carioti) la risoluzione ONU 1701 prevede che dovranno essere disarmati i terroristi Hezbollah.

Chi può davvero credere che dei terroristi consegnino gli armamenti senza batter ciglio?

Perciò, solo dei “coglioni” potrebbero non accorgersi di questa ennesima e palese “truffa” che “Mortadella“, nella sua immensa falsità, sta rifilando ai suoi elettori “pacifinti” (anche se questo fatto non costituisce nulla di nuovo per chi conosce “meglio” il soggetto).

Ora che ci penso, però, le parole “mortadella“, “truffa” e “falsità” mi fanno tornare alla mente (e dovrebbe riuscire a ricordarlo anche chi ha circa una quarantina d’anni o più) una vecchia vicenda (fine anni settanta, se non erro) in cui furono usati dei falsi insaccati riempiti di sterco per tentare una colossale truffa ai danni dello Stato.
La famigerata truffa della “mortadella allo sterco“… appunto.

La storia è maestra di vita

Dagli amici dell’Associazione Italia Israele di Bologna, ricevo e, molto volentieri, pubblico il breve ma significativo contenuto di una e-mail che hanno inviato a D’Alema, per ricordargli che la storia è maestra di vita.

Sabato 12 agosto 2006

Oggetto: D’Alema ha ragione. HISTORIA MAGISTRA VITAE

L’affermazione del nostro ministro degli esteri è una verità sacrosanta: “La reazione di Israele è stata spropositata”.

Lo sostenevano i leader europei già nel 1943.

The New York Times - 10 maggio 1943

A quanto pare però, oltre a D’Alema, troppo spesso anche la maggior parte dei “media” occidentali dimostra di avere la memoria molto corta.

Referendum Costituzionale – Le bugie del centrosinistra

La tempesta mediatica sulla riforma costituzionale, che si andrà presto a votare, sta raggiungendo livelli altissimi.
Ma in mezzo a tanto parlare e a tanta propaganda mistificatrice fatta da molti “maestri della disinformazione” facenti parte di questo centrosinistra (più sinistra che centro) ogni tanto capita di leggere cose molto interessanti sui “retroscena” di questa riforma.
A tal proposito, proprio ieri su Il Giornale, ha scritto qualcosa il costituzionalista Peppino Calderisi e l’articolo mi è parso talmente interessante che non posso fare a meno di riportarlo qui di seguito.
Le evidenziature e i “grassetti” sono stati aggiunti dal sottoscritto.

REFERENDUM – Prodi, ribaltoni e bugie
di Peppino Calderisi (tratto da “il Giornale” di lunedì, 19 giugno 2006)
Il comportamento di Romano Prodi sulla riforma della Costituzione sottoposta al voto del 25 e 26 giugno è davvero singolare. Dopo le elezioni Prodi si è comportato come se la riforma della CdL fosse già in vigore: la sera del 10 aprile si è autoproclamato vincitore sulla base del risultato della sola Camera dei deputati (come se il Senato – di cui in quel momento non si conosceva ancora l’esito elettorale complessivo – non dovesse più dare la fiducia al governo), pretendeva di ricevere l’incarico di formare il governo da parte del precedente Capo dello Stato (come se il nuovo Presidente della Repubblica non avesse più titolo ad esercitare le prerogative sulla formazione dell’esecutivo previste dal vigente articolo 92 della Costituzione), ora pretende che spetti al governo decidere da Palazzo Chigi l’agenda dei lavori del Parlamento, infine vorrebbe che in caso di crisi del proprio governo si sciogliessero immediatamente le Camere (un’arma deterrente per cercare di compattare la propria maggioranza eterogenea). Tutte regole che non sono scritte nella Costituzione del 1948, ma che sono introdotte dalla riforma della CdL, alla stregua di quanto previsto nelle maggiori democrazie parlamentari (e di quanto proponeva lo stesso Ulivo nel 1996). D’altra parte, però, Prodi, insieme a Scalfaro, e a nome del governo, contesta la riforma della CdL accusandola di realizzare una «dittatura del premier». Insomma, Prodi pretende per sé, in via di fatto, regole non previste dalla Carta del 1948, ma nello stesso tempo contesta la riforma della CdL che vuole introdurre quelle stesse regole in via di diritto. Questo è davvero intollerabile. Le contraddizioni di Prodi arrivano addirittura al grottesco (e anche al masochismo) se si pensa che nel programma presentato agli elettori Prodi ha proposto (pagina 13) il meccanismo della sfiducia costruttiva senza alcun limite per quanto riguarda la possibilità di cambiare non solo il premier ma anche la maggioranza scelta dagli elettori. Vale a dire, ha proposto un meccanismo che legalizza i ribaltoni, come se lui stesso non fosse già stato vittima nel 1998 di un ribaltone e non ne rischi un altro in questa legislatura.
Ma sono tante le contraddizioni e le bugie diffuse ad arte da Prodi e dal centrosinistra per disinformare i cittadini e, in particolare, quella parte significativa del proprio elettorato che non è animata dal più ottuso conservatorismo istituzionale e che è favorevole a riformare la vecchia Carta del ‘48. Due bugie sono particolarmente eclatanti. La prima è quella che la riforma «spacca l’unità dell’Italia». Una vera e propria fandonia. A provocare guasti enormi all’ordinamento è stata proprio la «devolution» approvata nel 2001 dal solo centrosinistra, una modifica costituzionale che ha moltiplicato i conflitti tra Stato, Regioni ed Enti locali creando un federalismo rissoso e confuso, che ha aumentato i costi e l’inefficienza delle istituzioni, che ha addirittura soppresso dalla Costituzione il principio della tutela dell’interesse nazionale e ha sottratto allo Stato, attribuendole alla competenza concorrente delle Regioni, materie come l’energia e grandi infrastrutture, con il rischio di paralisi in settori vitali per lo sviluppo del Paese. Al riguardo è emblematico quanto ha testualmente affermato un costituzionalista dello stesso centrosinistra come Augusto Barbera: «È paradossale ma bisogna riconoscere che è toccato ad un ministro leghista come Roberto Calderoli rimediare ai pericoli per l’unità nazionale del federalismo sgangherato del Titolo V dell’Ulivo». Dunque, la patria non è messa in pericolo, ma salvata dalla riforma.
La seconda bugia è l’accusa alla CdL di aver realizzato la riforma da sola, senza coinvolgere il centrosinistra. Anche in questo caso l’accusa è del tutto destituita di fondamento. Nella scorsa legislatura la Casa delle Libertà – diversamente dal centrosinistra che approvò da sola la modifica del Titolo V – avrebbe voluto scrivere la riforma insieme all’opposizione. Ma è stato il centrosinistra a rifiutarsi e ad impedirlo, nonostante che la CdL avesse scelto il modello di governo preferito dal centrosinistra (il premierato). Al riguardo posso rivelare un retroscena particolarmente significativo, con il conforto degli atti parlamentari. Un anno prima dell’elaborazione del testo della riforma a Lorenzago, al Senato ci fu un tentativo di intesa bipartisan per modificare la forma di governo. Mentre il senatore Ds Giorgio Tonini, supportato dal costituzionalista Ceccanti, presentò un disegno di legge (n. 1662) che ricalcava il testo Salvi della Commissione bicamerale, il senatore azzurro Lucio Malan, supportato dal sottoscritto, presentò un altro disegno di legge molto simile (n. 1889). Il Presidente del Senato Pera, constatando la vicinanza dei due testi, ne favorì subito la discussione nella Commissione affari costituzionali. Tonini ebbe anche l’adesione del senatore Amato. Ma fu proprio a questo punto che la massa conservatrice del centrosinistra, capeggiata da Bassanini, si scatenò contro i due disegni di legge impedendo ogni possibilità di intesa.
Un altro episodio è anch’esso rivelatore. Quando la riforma costituzionale arrivò alla Camera dei deputati e i gruppi dei Ds e della Margherita cercarono di dare un segnale di disponibilità al confronto astenendosi sul primo articolo che riguardava una norma da tutti condivisa (il Senato federale) intervenne subito Prodi e impose a tutto il centrosinistra di votare sempre e comunque no, anche sugli emendamenti identici. Prodi e il centrosinistra hanno rifiutato il confronto di merito con la CdL per due ragioni: in primo luogo perché sono divisi al proprio interno ed entrando nel merito si sarebbero ulteriormente spaccati; in secondo luogo perché contestano la riforma non tanto o non solo per il suo contenuto ma per chi la propone, cioè contestano alle forze della Casa delle Libertà, percepite come estranee alle tradizioni politico-culturali (legittimatesi con la Resistenza) che hanno dato vita alla Carta del ‘48, il diritto di modificare la Costituzione.
Il centrosinistra contesta la riforma della CdL, ma non ha un’altra proposta di riforma da proporre (ogni partito e fazione che lo compone dice cose diverse). Sanno solo dire di No, di fatto vogliono conservare e imbalsamare la Carta del ‘48, impedendo all’Italia di dotarsi di istituzioni moderne ed efficienti per competere in condizioni di parità con le altre democrazie.
Se vincerà il No le spinte conservatrici prevarranno e sarà la pietra tombale di qualsiasi possibilità di riforma. Solo se vincerà il Sì verranno confermati gli ottimi principi ispiratori della riforma (premier scelto dagli elettori senza più ribaltoni, riduzione del numero dei parlamentari, superamento del bicameralismo perfetto e ripetitivo, federalismo equilibrato, responsabile e solidale). Solo se vincerà il Sì si potrà arrivare ad una riforma della Costituzione condivisa dalle maggiori forze parlamentari anche migliorando alcuni aspetti tecnici che richiedono una revisione del testo approvato lo scorso anno dal Parlamento.
Non sprechiamo la grande occasione per cambiare e modernizzare la Costituzione che ci viene offerta il 25 e 26 giugno. Andiamo tutti a votare e votiamo convintamente Sì. È in gioco il futuro dell’Italia, il futuro di tutti noi.

Sciacalli senza vergogna

Riporto un magistrale articolo di Renato Farina, tratto dal quotidiano Libero di sabato 10 giugno, e che vale assolutamente la pena leggere dall’inizio alla fine.
I link, le evidenziature e i “grassetti” sono stati aggiunti dal sottoscritto.

I ROSSI SON GIA’ NERI – di Renato Farina
La ribellione contro i predatori dell’anima italiana si è concentrata in questi giorni vicino a un soldato morto. Prima del funerale del caporalmaggiore Alessandro Pibiri, ucciso a Nassiriya, al Celio era stata preparata la camera ardente. La bara di legno, soldati sull’attenti, le lacrime della famiglia in veglia. Ed ecco, improvvisamente, giunge una notizia là dentro. Fuori dall’uscio, c’è un politico. Ha l’aria compunta di chi è pronto a mettersi in cassaforte questo lutto come oro per la sua causa. E’ Oliviero Diliberto, capo dei Comunisti italiani, sardo come il caduto. Ci sono i giornalisti, e fa le prove con loro: «Sono d’accordo con il papà del soldato ucciso: quando andiamo via dall’Iraq?». Nel momento della disperazione aveva espresso la sua prostrazione: via tutti. E aveva ed ha ragione: dopo il rinnegamento di Prodi, prima si va via meglio è, si è carne da cannone, senza neanche la corazza invisibile che viene dal fatto che il tuo presidente stima e approva il tuo sacrificio.
Intanto, funzionano benissimo i padri dei soldati morti quando ci danno ragione, che occasione spettacolare per Diliberto. Il quale entra, non dubitiamo sia addolorato sul serio, ma non resiste. Invece di dire le parole banali così preziose, tipo «Mi dispiace», «Non è stato un sacrificio inutile»; «Tanti gli vogliono bene»; invece di essere un uomo, Diliberto ha preferito scegliersi la parte di politico astuto. Si avvicina e dice: «L’ho sempre detto che non dovevamo andare in guerra…». Dice così: in guerra. Come dire che quel ragazzo che padre, madre, fidanzata e fratello stanno piangendo era andato là, in quel deserto babilonese, ad ammazzare. Se fosse stato per Diliberto, Bertinotti, Prodi e compagni non avrebbe potuto esprimere quella vocazione guerriera e sarebbe vivo. Insomma: l’ha ucciso Berlusconi.
E’ allora che le gambe di Mauro Pibiri si sono avvitate al suolo. I soldati sanno cosa sia. Hai davanti uno più potente, ma la giustizia è dalla tua parte. Di qui, questo non passa. Quelle parole non passano, non possono essere di chi ci governa. Invece sì, purtroppo. Mauro Pibiri gli grida in faccia, con la forza calma di chi ha il cuore frantumato, ma l’idea del bene e del male è intatta e pura: «Ma che cosa dice? Mio fratello era andato laggiù per aiutare gli iracheni, non per fare la guerra. Lei che ne sa?». Mauro Pibiri è un giovane ufficiale in congedo. Non gli importa di destra, sinistra, centro, ma della verità. Diliberto se ne va alla chetichella. Dopo mezz’ora Mauro Pibiri parla ai cronisti: «I nostri militari hanno portato l’acqua e la luce, non la guerra. Smentisco il politico di estrema sinistra che davanti al cadavere di mio fratello è venuto a dire che non si doveva andare in guerra».
Questo fatto, che attingo dalla cronaca di Lorenzo Salvia sul Corriere della sera, è la prima grande sconfitta politica del governo Prodi. Una sconfitta più grave perché è morale e viene non da un avversario politico, ma da un uomo comune che impugna la sua dignità come una fiaccola che illumina l’abisso in cui siamo precipitati. Non è un fatto di quattro politicanti spelacchiati, capitati per caso in mezzo a una coalizione di sinistra sì, ma seria. Era stato Prodi in persona – ribadisco – a dire che gli italiani lì erano andati in guerra e ad occupare. Mentiva. Lo ha fatto perché la sua maggioranza si regge proprio sul rapporto privilegiato tra il premier e questi estremisti, rifondaroli, comunisti, verdi, eccetera. In questi giorni ha provato a tranquillizzare gli italiani, a spiegare che sono folclore, sono innocui. Balle. Sono la sua anima nera, anzi rossa.
Dopo questo schiaffo che è stato ignorato dai Tg e rimpicciolito dai mass media, un presidente del Consiglio civile dovrebbe andare a chiedere scusa, e rimangiarsi le sue parole in Parlamento. Potrebbe spiegare che ci ritiriamo perché sì, c’era nel programma, ma non rinneghiamo nulla di quella presenza «pacifica».
La parola messa tra virgolette è del Papa. Benedetto XVI ha usato l’espressione «ripresa pacifica» per descrivere l’obiettivo dei nostri in Mesopotamia. Come Mauro Pibiri. Come sente la grandissima parte del nostro popolo.
C’è stato un altro schiaffo solenne. Quello del presidente Giorgio Napolitano. Lo riconosciamo volentieri: ha usato espressioni nient’affatto neutrali. Ricevendo i capi della nostra Marina ha detto: «I nostri soldati sono impegnati in azioni militari ma non di guerra, è doveroso partecipare alle missioni dell’Onu, per assicurare la pace e la giustizia». Insomma: il contrario di quanto detto da Prodi, Bertinotti, Diliberto eccetera. Un linguaggio simile invece a quello – per rimanere nell’ambito del governo – di D’Alema, Mastella, Rutelli. Il problema però è questo: il governo sarà diviso, ma le scelte pubbliche sono tutte, ma proprio tutte da estrema sinistra. Il primo atto internazionale del governo – ricordiamocelo – è stato il ritiro dall’Iraq, lasciando esposto il nostro esercito, delegittimato moralmente, ad azioni vigliacche e persino, in punta di diritto, nobilitate da Prodi in quanto atti contro occupanti. E poi questi qui vanno a piangere ai funerali. A piangere quando ci riescono, perché com’è noto l’altra volta gli è proprio scappato di sghignazzare (vi ricordate Pecoraro Scanio? Nessuno gli ha chiesto di fare un passo indietro e di scontare in qualche purgatorio politico la sua sconcezza: macché subito un bel ministero).
Che cos’abbiamo fatto, chi abbiamo mandato al governo sulle loro auto blu? Dei pazzi. Questo è il sentimento della gente comune dinanzi allo spettacolo dei piccoli Nerone al potere. Gli manca solo la cetra, ma Roma hanno già cominciato a incendiarla con pistolate da megalomani. Siccome hanno vinto, pensano di potersi permettere di tutto, pure con l’applauso del popolo. Noi avevamo avvertito che erano fatti così. Troppi ci sono cascati. Erano tanto carini a Porta a porta, così educati. Ora la grandissima maggioranza si rende conto, e c’è un lampo di paura in Italia, e si vorrebbe rispedirli nei loro centri sociali o confinarli nei salotti dove le chiacchiere sono solo chiacchiere, e non atti di Stato. Invece ci toccano. Per cinque anni? Confidiamo per molto, molto meno.
A questi comunisti gliene suonano anche gli alleati (alcuni), perché ogni tanto per fortuna prevale la decenza. Buona parte degli sciagurati elettori di Prodi li prenderebbero volentieri a sediate in testa, questi rivoluzionari del menga. Noi non li perdoniamo. Guardate in che casino ci avete messo, pur di metterla in quel posto al Berlusca. Lo diciamo anche a un vecchio amico saggio come Giampaolo Pansa. Anche lui pensava di aver votato un democristianone un po’ di sinistra, contornato da un comunista serio e realista come D’Alema. Pansa e quelli come lui, brave persone, hanno regalato con ottime intenzioni lo scettro a chi ride nel momento del lutto, a un presidente della Camera che va alla parata militare ma dichiara che non ci sta (Bertinotti), e a un Diliberto che con le sue belle giacchette fa la predica contro i soldati sulla bara del caduto, e quasi i parenti del caporalmaggiore lo sbattono fuori dalla sala ardente.
Ha un bel dire Prodi che sono folclore. Sono la sua spina dorsale. Prodi è legato con il filo di ferro a questa sinistra. Urge cambiare tutto. Magari anche con l’aiuto di una sinistra moderata e riformista, se non è venduta a questa corte di folli.
Renato Farina – Libero – Sabato 10 giugno 2006

Altri contributi su…

Il mio personalissimo pensiero
Sono molto addolorato per la tragica fine del nostro militare. Ma – come ho già scritto poco tempo fa – questi tragici lutti non riescono più a farmi stare zitto di fronte all’impudenza di certe persone.
Di tutti i personaggi, citati da Farina in questo articolo, trovo particolarmente negativa la figura di Prodi perché, diversamente da Diliberto (del quale si sa praticamente da sempre il pensiero), mente spudoratamente nel tentativo di “metterlo in quel posto” a tutti gli italiani, compresi quelli che l’hanno votato, e a buona parte dei suoi stessi alleati.
Nonostante la sua apparenza bonacciona, da tutto ciò che fa e dice (vedi anche la discussa intervista al settimanale tedesco Die Zeit – commentata anche su Il Legno Storto) traggo la netta impressione che sia una persona senza scrupoli e cattiva nel profondo. Una “maschera” perfetta per chi vuole governare il Paese non avendo “la faccia” per poterlo fare.

Mostri di idiozia, il problema di Prodi, i nostri Eroi, felicità e Libertà

Mostri
Il 25 aprile, nelle piazze italiane, i soliti mostri di idiozia (o utili idioti, chiamateli come vi pare) hanno fatto riecheggiare quello schifosissimo slogan: “10-100-1000 Nassirya”.
Lo stesso giorno, a Milano, durante la manifestazione in ricordo della Liberazione, altri sinistri idioti hanno lanciato insulti contro il candidato sindaco Letizia Moratti, che sfilava con il padre, ex partigiano e reduce di Dachau.
Il giorno seguente, le solite e ipocrite (come si era già scritto) prese di distanza.
Due giorni dopo (il 27 aprile), proprio a Nassirya, in un attentato sono morti tre militari italiani (e oggi purtroppo anche il quarto, inizialmente ferito gravemente) ed uno rumeno.
Il primo maggio, sempre nelle piazze italiane, si è nuovamente risentito lo schifosissimo slogan gridato dai soliti sinistri idioti.
Sempre nello stesso giorno e sempre a Milano, ancora altri sinistri idioti hanno lanciato insulti a Letizia Moratti che partecipava alla sfilata (invitata a farlo dagli stessi sindacati forse perché questi si erano sentiti in colpa per quanto accaduto già il 25 aprile).
E, come sempre, ecco arrivare le solite e ipocrite (come si era già scritto) prese di distanza.
IpocritiIl giorno dopo, 2 maggio, si sono tenuti i funerali dei nostri militari e, proprio durante la cerimonia, ecco un indegno “spettacolo” colto da un’indiscreta macchina fotografica. Due gli attori: i sinistri Pecoraro Scanio (Verdi) e Vasco Errani (Democratici di Sinistra) che ridono e scherzano in mezzo a tanti volti seri di altri partecipanti.
Quattro giorni dopo (il 5 maggio), in Afghanistan muoiono in un nuovo attentato altri due militari italiani.

La prima volta ho taciuto per rispetto dei militari morti e per non apparire come uno che strumentalizza queste vicende. Oggi però, specie dopo le ghignate di quei due emeriti cretini, seguite ancora dallo schifosissimo slogan lanciato dagli altri mostri di imbecillità, non mi trattengo.
Sono davvero stufo delle ipocrite prese di distanza dai propri “figli” di questa sinistra che (come si era già scritto) ha seminato odio e divisione dal dopo-guerra ad oggi!
Se volessero mantenere anche solo un briciolo di dignità, certi leader di questa Unione dovrebbero solamente tacere!
IL SILENZIO sarebbe infatti un atto di rispetto nei confronti anzitutto di coloro che hanno sacrificato la propria vita per qualcosa in cui credevano e lo sarebbe anche nei confronti del popolo italiano.

I nostri Eroi sono… “il maggiore problema”?
Prodi, dopo gli ultimi morti italiani in Afghanistan, ha dichiarato: «Sono veramente vicino alle famiglie dei soldati. Il problema del tributo che viene dato dai nostri soldati per la pace e la stabilità è tra i più grandi, forse in questo momento il maggiore problema del nostro Paese».
Ammettiamo pure che sia “vicino alle famiglie dei soldati“. Ma cosa significa che “il tributo che viene dato dai nostri soldati per la pace e la stabilità” è “forse in questo momento il maggiore problema del nostro Paese“?
Mi pare ovvio che si possa essere dispiaciuti e perfino arrabbiati per l’uccisione dei nostri militari. Ma ogni missione di pace comporta dei rischi.

I nostri militari lo sanno benissimo: la morte è uno dei possibili “incidenti” che possono capitare nello svolgimento di quel loro difficilissimo e rischioso lavoro. Per questo tutti i nostri soldati in missione sono degli eroi. E il loro operato per quanto è rischioso è altrettanto, anzi molto più, prezioso per la salvaguardia della pace e del futuro dei paesi in cui si svolge e, di conseguenza, per la pace e il futuro nostri e di tutta l’umanità.
I nostri militari sono andati proprio dove è più urgente e importante la presenza occidentale. Perché quelli sono luoghi in cui ogni giorno vengono calpestati anche i più elementari diritti universali delle persone e dove, a causa di questo, trova terreno fertile quel terrorismo di matrice islamica che minaccia e colpisce da alcuni decenni l’Occidente “infedele”.

Come si può, quindi, affermare che questo “tributo” sia un “problema”, anzi, “il maggiore problema”?
Qui, “caro” professor Prodi, il “maggiore problema” è proprio la mancanza del rispetto dei Valori universali che affligge una parte fin troppo grande dell’umanità e che, per questo, non può essere risolto ritirando le truppe dalle missioni di pace. Sarebbe un gesto suicida perché è proprio da quei luoghi che nascono le minacce più immediate verso l’Occidente. E il modo migliore per difenderci non è attendere di risolvere il problema quando l’abbiamo in casa nostra, ma bensì prevenirlo intervenendo sulle sue cause.

Qualcuno potrebbe obiettare chiedendo il perché, ad esempio, non si fa qualcosa anche in Cina, dove è palese la mancanza di rispetto dei diritti umani.
La risposta è che si sta già facendo il possibile ma con mezzi diversi da quelli militari (continui richiami al governo cinese perché vengano riconosciuti i Diritti dell’uomo, coinvolgimento nel mercato internazionale, eccetera) perché la Cina non costituisce un pericolo immediato per l’Occidente come invece lo sono certi paesi islamici.

Ma d’altra parte cosa ci si poteva aspettare dal “Mortadella”?
Già in passato non aveva perso occasione per ribadire il concetto, anche in un’intervista rilasciata a “Repubblica Radio”, e pubblicata dal quotidiano La Repubblica lo scorso 29 luglio 2005, in cui dichiarò: «Se l’Unione vince le elezioni ritireremo le truppe di occupazione».
Perciò, con la sua ultima dichiarazione, “Mortadella” ha voluto ribadire il concetto che le nostre sono “truppe di occupazione” e che secondo lui non vale la pena difendere i propri Valori rischiando la vita.
Quali Valori?
La Vita, anzitutto. E poi la Famiglia, la pace e la sicurezza. La Libertà: di movimento, di pensiero, di parola e di religione.
Questi sono tra i Valori universali che sono intrinseci nel DNA di tutta l’umanità perché, andando al di là di qualsiasi ideologia, classe sociale o religione, non possono essere disconosciuti da nessuno.
Come scrive Marcello Pera nel libro “Senza Radici”, citando le parole del presidente americano Bush, “Ovunque la gente vuole avere libertà di parola, vuole scegliere i propri governanti, la fede religiosa, il modo di educare i propri figli, vuole possedere dei beni e godere i frutti del proprio lavoro“.
Ma Prodi pare sia sordo a queste cose.
A “Mortadella” interessa solo ed esclusivamente il potere, altrimenti, nel primo confronto televisivo con Berlusconi, non avrebbe “sparato” quella balla colossale (coglione chi ci ha creduto!) dichiarando che si potrebbe “organizzare anche un po’ di felicità per noi“.
Per noi chi? Forse per l’Unione, non certo per gli italiani!

La felicità non è una cosa che si può “organizzare” ma una cosa che tutti hanno il diritto di poter perseguire. E per poterla raggiungere è anzitutto indispensabile la Libertà.

La Libertà e la nostra Costituzione
A proposito di Libertà, mi torna in mente un’amara ma lucida constatazione che fece Vittorio Sgarbi anni fa, durante il suo programma, “Sgarbi quotidiani“, trasmesso su Canale 5.
In quell’occasione infatti parlò della Costituzione della Repubblica Italiana sostenendo che i “padri fondatori” commisero un grande errore: infatti, proprio all’articolo uno, stabilirono che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro“.
Quindi Sgarbi evidenziò come, secondo lui, il primo articolo avrebbe dovuto recitare che “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sulla Libertà” perché è solo partendo da questa che si può realizzare un Paese veramente democratico.
Un po’ come fecero gli Stati Uniti d’America nel Preambolo della loro Costituzione che recita: “Noi, Popolo degli Stati Uniti, allo Scopo di realizzare una più perfetta Unione, stabilire la Giustizia, garantire la Tranquillità interna, provvedere per la difesa comune, promuovere il Benessere generale ed assicurare le Benedizioni della Libertà a noi stessi e ai nostri Posteri, ordiniamo e stabiliamo questa Costituzione degli Stati Uniti d’America“.
Quindi, già in questa prima frase della loro Costituzione, nel 1787 gli americani elencarono i Valori che dovevano costituire le fondamenta del loro grande Paese. Valori che noi italiani, a distanza di ben 160 anni, non siamo riusciti a collocare al posto giusto.

Infatti, probabilmente a causa della fame patita dagli italiani durante la guerra (?), chi scrisse la nostra Costituzione si preoccupò di mettere solo il lavoro quale unico fondamento della Repubblica (!), relegando il riconoscimento dei “diritti inviolabili dell’uomo” all’art. 2, mentre la parola libertà” venne usata la prima volta solo all’art. 3 (!) e non per elencarla come valore “inviolabile (cosa che avvenne in modo un po’ più esplicito solo all’art. 13) ma citata solo come diritto che potrebbe essere limitato da “ostacoli di ordine economico e sociale“.

Secondo il mio modesto parere, la Libertà non può essere dipendente dal lavoro mentre, viceversa, il lavoro, può esistere nel senso “nobile” del termine solamente se è garantita per prima la Libertà stessa. Perché senza la Libertà il lavoro non può essere più ritenuto tale ma diventa schiavitù, oppressione.
Basta vedere ciò che è accaduto in Russia, in cui fu applicata la filosofia comunista. Fecero del lavoro una bandiera mentre con la Libertà (quella vera e non quella intesa dal comunismo) ci si pulirono i piedi (per non dir peggio). E si sa (è storia recente) come andò a finire.
Perciò specialmente oggi, con questa sinistra al Governo e questa Costituzione un tantino “comunista”, mi si permetta di essere un po’ preoccupato.

Di tutto un po’ sui coccodrilli rossi

La nostra visione della ricorrenza del 25 aprile è esattamente quella già espressa nel post “Il mio 25 Aprile (per non dimenticare)“: ci piacerebbe infatti “che il 25 aprile fosse vissuto soprattutto come una giornata della memoria, senza omissione alcuna, per ricordare tutto il male che noi italiani ci siamo fatti e per evitare che si possa ripetere”.
Ma chi ama davvero la Libertà non può lasciar passare sotto silenzio ciò che è accaduto ieri, 25 aprile 2006, a Milano, dove abbiamo potuto assistere all’ennesima dimostrazione della vera anima del centrosinistra. Così come, sempre a Milano, lo era stata la “contro-manifestazione” dello scorso 11 marzo (di cui si era già parlato).
E, così come allora, ecco arrivare le prese di distanza da parte di Prodi e degli altri esponenti del centrosinistra che oggi, più di ieri, possiamo solo definire COCCODRILLI ROSSI.

E’ dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale che non fanno altro che rinnovare odio e divisione tra gli italiani, monopolizzare la Resistenza e mettere in pratica quanto indicato dallo stesso Gramsci. E puntualmente, dopo ogni frittata combinata dagli utili idioti che hanno loro stessi allevato, eccoli sempre pronti a scandalizzarsi e a condannare!

IPOCRITI!

Per rendere ancora più chiara la questione è quindi utile ribadire alcune domande che ci si era già posti qualche tempo fa:
- Da che parte sta la maggioranza degli individui che frequenta i centri sociali?
- Da che parte sta la maggioranza degli individui che ha sconvolto Genova in occasione del G8?
- Da che parte sta la maggioranza degli individui che “okkupano” università e scuole?
- Da che parte sta la maggioranza degli individui che grida 10-100-1000 Nassirya?
- E, infine, quale parte politica ha sempre cercato di smorzare le responsabilità di no-global e soci e non ha mai condannato in maniera totale e definitiva certe manifestazioni violente?

A queste domande possiamo aggiungere anche le seguenti:
- Da che parte stanno i vari registi e scrittori che al cinema, a teatro e sui libri amano raccontare (perché evidentemente ci sperano nel profondo) della fine violenta dell’odiato Berluska?
- Da che parte sta la maggioranza degli individui che si divertono a bruciare la bandiera d’Israele, come è avvenuto ieri a Milano?
- CHI sono quelli che alle ultime elezioni, del 9 e 10 aprile, hanno candidato nelle loro liste personaggi discutibili come Caruso?
- CHI sono quelli che vogliono la scarcerazione dei responsabili dei disordini avvenuti a Milano lo scorso 11 marzo?

Ribadiamo perciò il concetto: dalle risposte a queste domande si può solo arrivare ad una semplicissima constatazione statistica, che ci riporta sempre allo stesso schieramento politico capace solo di ingannare e mentire, anche di fronte all’evidenza.

A proposito di menzogne, ed in particolar modo di quelle raccontate prima e durante l’ultima campagna elettorale, ci poniamo altre domande:
- CHI sono quelli che raccontavano di un’Italia ridotta alla fame, mentre, soprattutto a Pasqua, il numero enorme di italiani in vacanza al mare, ai monti e ai laghi ci ha nuovamente dimostrato che le cose non vanno poi così male?
- CHI sono quelli che raccontavano di un’economia sfasciata, mentre, da Il Sole 24 Ore, qualche giorno fa si viene invece a sapere che “Sono in ripresa le vendite dell’industria italiana sui mercati internazionali, mentre recupera anche la domanda interna“?
- CHI sono quelli che deridevano il sondaggio pre-elettorale formulato da un’azienda americana, per conto di Berlusconi, che poi si è rivelato il più preciso di tutti quegli altri (la maggioranza) che davano per certa una vittoria schiacciante del centrosinistra?

Risposta: i soliti COCCODRILLI ROSSI.

Per tutto ciò, e ritornando ai gravi fatti di ieri, ci permettiamo di fare nostre le parole di Giorgio Lainati, responsabile della comunicazione di Forza Italia:
«Le ignobili e intollerabili contestazioni che hanno costretto il ministro Moratti – peraltro figlia di un ex deportato – ad abbandonare il corteo di Milano per le celebrazioni del 25 aprile, sono l’ennesima riconferma che dietro alle bandiere rosse prodiane c’è l’Italia peggiore, quella antidemocratica e illiberale che il professore di Bologna, un falso moderato, senza porsi alcun problema, intende portare ai vertici istituzionali del Paese».

Partigiano William
e
il miscredente

Lo sciacallo Rutelli usa Tommy per attaccare il Governo

Rutelli proprio non riesce a tenere la bocca chiusa, nemmeno per decenza, quando gli si prospetta la possibilità di attaccare la maggioranza e Berlusconi.
Avevo già parlato di una delle sue tante “uscite” idiote e di quella di una sua collega della Margherita. Ma ieri ha toccato veramente il fondo.
Alle varie dichiarazioni di dolore da parte di varie autorità per l’orribile uccisione di Tommy, un cucciolino completamente indifeso, si è unito anche Berlusconi con queste parole (fonte AGI, 2 apr.): «Orrore, sgomento e commozione: questi sono i sentimenti che tutti proviamo di fronte all’orribile morte del piccolo Tommaso. Di fronte a un fatto che ha dell’incredibile ci sarebbe solo il silenzio». Sempre Berlusconi ha poi aggiunto, in una nota, «Non posso pero’ rinunciare ad esprimere, non solo il dolore e l’indignazione di tutti gli italiani, ma anche l’auspicio che sia fatta piena luce su tutti i responsabili e che per loro siano applicate, senza ritardi e senza indulgenze, le pene severe previste dal nostro ordinamento».

Parole condivisibili da chiunque abbia una minima sensibilità umana e che vanno al di là di qualsiasi ideologia.

Ma per Rutelli non è così: questa tragica vicenda è solo un’altra occasione per sferrare un attacco al Governo. Infatti dichiara che (fonte Repubblica.it, 2 apr.) si tratta di «una vicenda terrificante rispetto alla quale si consiglierebbe di non fare strumentalizzazioni politiche, soprattutto da parte della maggioranza che avendo governato cinque anni non ha stabilito alcuna norma più severa per chi commette delitti efferati».
E ancora (fonte AGI, 2 apr.): «Hanno fatto una serie infinita di leggi a tutela di Berlusconi e dei suoi amici in materia di giustizia ma quando il nostro deputato e responsabile giustizia Fanfani ha presentato una proposta di legge per escludere il rito abbreviato per crimini efferati come quello di Parma, e quindi escludere ogni beneficio per i responsabili, il centrodestra non ha mosso un dito».

Solo una persona profondamente meschina può arrivare a tanto.
Ora non si può nemmeno più esprimere il proprio dolore per l’assassinio atroce di un bimbo indifeso (che in me suscita nausea – come penso capiti alla maggior parte delle persone) che subito vieni “strumentalmente accusato di strumentalizzazione”! Quasi come se di questo orrore fosse responsabile il governo Berlusconi!
Una dichiarazione simile, nella sostanza, a quella già rilasciata dalla sua collega, Dorina Bianchi.

VERGOGNA RUTELLI!
In me susciti solo SCHIFO E PIETA’.

Gli esperti super partes di Ballarò

Segnalo il post “Il maestrino di Ballarò (e due)“, di Fausto Carioti, che smaschera senza pietà un fulgido esempio di informazione scorretta e subdola al tempo stesso.

Si parla infatti della trasmissione condotta da Giovanni Floris, andata in onda ieri sera su RAI 3, che ha visto protagonisti Bertinotti, Emma Bonino, Rotondi e Berlusconi.

Assolutamente da non perdere e da divulgare (anche tramite email) ad amici e parenti.

Romano Prodi – Una biografia scomoda

Tutte le ombre dell’impero Romano
Tratto da Il Giornale – n. 65 del 18/03/2006

«Io presidente del Consiglio? Non penso proprio a queste cose, l’Italia ha bisogno di facce nuove», Romano Prodi, aprile 1993. Tempo tre anni e la bugia si avvera. Perché in realtà fin da ragazzino il sogno di Romano era diventare premier. È la moglie Flavia Franzoni a raccontare, nell’autobiografia di coppia Insieme (San Paolo, 2005), che lui diciannovenne studente della Cattolica di Milano, dopo aver superato l’esame di Codice civile, il più duro, urlò ai compagni di stanza Tiziano Treu e Giovanni Maria Flick: «Tra me e la presidenza del Consiglio non ci sono più ostacoli». Era l’inizio della parabola che avrebbe portato «un uomo qualsiasi» dalle seggiole dell’università alle poltronissime del potere italiano ed europeo.
«L’uomo qualsiasi» è l’inserto monografico che oggi (18/03/2006 – n.d.miscredente) il Domenicale, settimanale diretto da Angelo Crespi, dedica all’ex presidente Iri, ex presidente della Commissione Europea, ex presidente del Consiglio dal 1996 al 1998. Sotto il simbolo dell’omino stritolato dal torchio, che richiama l’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini, sotto le manchette dei pomodori Cirio «buoni per tutte le salse», tre pagine di «agiografia non autorizzata del professore Romano Prodi» scritte dal giornalista Massimo Pandolfi.
Contro i 120 libri, perlopiù dispregiativi, sul Cavaliere, la bibliografia su Romano Prodi è magrissima. «Non esistono in libreria – scrive Pandolfi – libri critici contro il Prof. o comunque si possono contare sulle dita di una mano. Ce n’è uno, del 2000, che ha vissuto una storia emblematica. Si intitola Prodeide, è stampato da una casa editrice che non c’è più, e l’ha curato Antonio Selvatici, un giornalista che oggi vende case». Ex giornalista, perché dopo la biografia non autorizzata di Prodi, «gli hanno fatto terra bruciata intorno».
Eppure nell’armadio di Prodi gli scheletri abbondano (c’è anche un fantasma, quello della famosa seduta spiritica in cui il Professore tirò fuori il nome «Gradoli», la via di Roma dove si trovava un covo brigatista durante il sequestro Moro). Vent’anni fa era il manager pubblico più pagato d’Italia, con 201 milioni di lire di imponibile nel 1984. «E quando nel 1998 dichiarò: “In borsa guadagni poco etici”, nel frattempo possedeva un portafogli azionario di un miliardo e 219 milioni che col boom dell’epoca di Piazza Affari si rivalutò in quasi 3 miliardi».
Nel luglio 1993 fu sentito come testimone della vicenda Sme dal pm Antonio Di Pietro, oggi suo alleato. Di Pietro sbattè i pugni sul tavolo: «E i soldi alla Dc chi glieli dava? Lei era capo dell’Iri, possibile che non mi sappia riferire niente?. «Prodi terrorizzato – scrive Pandolfi – andò pare a chiedere conforto al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Qualche giorno dopo arrivò a più miti consigli anche il procuratore capo Francesco Saverio Borrelli: guarda caso al successivo interrogatorio di Prodi, Di Pietro non era neanche più presente».
Nel 1981 Prodi fondò Nomisma, società di analisi e consulenza economica, «il capolavoro del sacro Romano impero». Attorno a Nomisma cresce una rete di incroci tra il Prodi consulente e il Prodi manager pubblico. Come nel 1992, quando viene nominato «garante per le conseguenze territoriali dell’Alta velocità» e tre mesi dopo le Fs chiesero proprio alla Nomisma di Prodi una relazione su tale impatto. Sintetizza perfettamente il giudice Francesco Paolo Casavola, che assolse Prodi per gli strani intrecci di Nomisma: «L’idea che le commesse siano state affidate perché a richiederle erano il presidente dell’Iri e il suo assistente alle società collegate è verosimile, ma non assume gli estremi di reato».
Le pagelle di Prodi presidente della Commissione europea sono pessime. Il giudizio della (oggi) alleata Emma Bonino sulla gestione Prodi degli affari Ue: «Cervello piatto». Il Financial Times: «La sua performance è stata orrenda». Sempre il FT: «È un dilettante, catapultato su una poltrona troppo importante per lui». Le Monde su Prodi a Bruxelles: «Una commissione in pieno caos». Il Times di Londra titolò: «Il problema Prodi». Il tedesco Die Welt: «Impacciato, dal linguaggio piatto, un uomo che perde spesso il filo del discorso dando l’impressione di non sapere bene di cosa stia parlando.»
È invece infallibile nel procurarsi e coltivare amicizie influenti. «Prodi trova immancabilmente l’amico giusto al momento giusto. Come Giovanni Bazoli, dominus di Banca Intesa, suo fedelissimo, insieme potente banchiere e azionista principe del Corriere della Sera». Già, l’informazione. Quante penne alla corte di Romano. «Negli archivi abbiamo trovato degli ossequiosissimi Arrigo Levi, Lietta Tornabuoni, Giuseppe Turani, Luca Giurato. E nello staff di Mortadella sono passati negli ultimissimi anni Rodolfo Brancoli, Albino Longhi e Gad Lerner». Cioè, tre ex direttori del Tg1.

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NOTE

Massimo Pandolfi è caporedattore de Il Resto del Carlino. E’ anche autore, insieme a Riccardo Fantini, del libro “Inchiostro rosso – Le vere veline dell’era Berlusconi“, pubblicato nel 2004 dalle Edizioni Ares. Nel 2005 ha pubblicato, tramite lo stesso editore, il libro “Un poliziotto in galera – L’odissea giudiziaria di Ivan Liggi“, scritto insieme a Simona Pletto.

Interrotto 50 volte (cioè 3 volte al minuto)

LIBERO del 14/03/2006
Sullo “scontro” Annunziata – Berlusconi riporto i link ai servizi di Studio Aperto, il TG di Italia 1, che già dal titolo (“L’ha interrotto 50 volte, cioè 3 volte ogni minuto”) mettono molto bene in evidenza ciò che è successo.

- Servizio di Studio Aperto n. 1 (edizione del 13 marzo – ore 12.30) (link diretto al filmato);
- Servizio di Studio Aperto n. 2 (edizione del 13 marzo – ore 18.30) (link diretto al filmato).

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