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Referendum Costituzionale – Le bugie del centrosinistra

La tempesta mediatica sulla riforma costituzionale, che si andrà presto a votare, sta raggiungendo livelli altissimi.
Ma in mezzo a tanto parlare e a tanta propaganda mistificatrice fatta da molti “maestri della disinformazione” facenti parte di questo centrosinistra (più sinistra che centro) ogni tanto capita di leggere cose molto interessanti sui “retroscena” di questa riforma.
A tal proposito, proprio ieri su Il Giornale, ha scritto qualcosa il costituzionalista Peppino Calderisi e l’articolo mi è parso talmente interessante che non posso fare a meno di riportarlo qui di seguito.
Le evidenziature e i “grassetti” sono stati aggiunti dal sottoscritto.

REFERENDUM – Prodi, ribaltoni e bugie
di Peppino Calderisi (tratto da “il Giornale” di lunedì, 19 giugno 2006)
Il comportamento di Romano Prodi sulla riforma della Costituzione sottoposta al voto del 25 e 26 giugno è davvero singolare. Dopo le elezioni Prodi si è comportato come se la riforma della CdL fosse già in vigore: la sera del 10 aprile si è autoproclamato vincitore sulla base del risultato della sola Camera dei deputati (come se il Senato – di cui in quel momento non si conosceva ancora l’esito elettorale complessivo – non dovesse più dare la fiducia al governo), pretendeva di ricevere l’incarico di formare il governo da parte del precedente Capo dello Stato (come se il nuovo Presidente della Repubblica non avesse più titolo ad esercitare le prerogative sulla formazione dell’esecutivo previste dal vigente articolo 92 della Costituzione), ora pretende che spetti al governo decidere da Palazzo Chigi l’agenda dei lavori del Parlamento, infine vorrebbe che in caso di crisi del proprio governo si sciogliessero immediatamente le Camere (un’arma deterrente per cercare di compattare la propria maggioranza eterogenea). Tutte regole che non sono scritte nella Costituzione del 1948, ma che sono introdotte dalla riforma della CdL, alla stregua di quanto previsto nelle maggiori democrazie parlamentari (e di quanto proponeva lo stesso Ulivo nel 1996). D’altra parte, però, Prodi, insieme a Scalfaro, e a nome del governo, contesta la riforma della CdL accusandola di realizzare una «dittatura del premier». Insomma, Prodi pretende per sé, in via di fatto, regole non previste dalla Carta del 1948, ma nello stesso tempo contesta la riforma della CdL che vuole introdurre quelle stesse regole in via di diritto. Questo è davvero intollerabile. Le contraddizioni di Prodi arrivano addirittura al grottesco (e anche al masochismo) se si pensa che nel programma presentato agli elettori Prodi ha proposto (pagina 13) il meccanismo della sfiducia costruttiva senza alcun limite per quanto riguarda la possibilità di cambiare non solo il premier ma anche la maggioranza scelta dagli elettori. Vale a dire, ha proposto un meccanismo che legalizza i ribaltoni, come se lui stesso non fosse già stato vittima nel 1998 di un ribaltone e non ne rischi un altro in questa legislatura.
Ma sono tante le contraddizioni e le bugie diffuse ad arte da Prodi e dal centrosinistra per disinformare i cittadini e, in particolare, quella parte significativa del proprio elettorato che non è animata dal più ottuso conservatorismo istituzionale e che è favorevole a riformare la vecchia Carta del ‘48. Due bugie sono particolarmente eclatanti. La prima è quella che la riforma «spacca l’unità dell’Italia». Una vera e propria fandonia. A provocare guasti enormi all’ordinamento è stata proprio la «devolution» approvata nel 2001 dal solo centrosinistra, una modifica costituzionale che ha moltiplicato i conflitti tra Stato, Regioni ed Enti locali creando un federalismo rissoso e confuso, che ha aumentato i costi e l’inefficienza delle istituzioni, che ha addirittura soppresso dalla Costituzione il principio della tutela dell’interesse nazionale e ha sottratto allo Stato, attribuendole alla competenza concorrente delle Regioni, materie come l’energia e grandi infrastrutture, con il rischio di paralisi in settori vitali per lo sviluppo del Paese. Al riguardo è emblematico quanto ha testualmente affermato un costituzionalista dello stesso centrosinistra come Augusto Barbera: «È paradossale ma bisogna riconoscere che è toccato ad un ministro leghista come Roberto Calderoli rimediare ai pericoli per l’unità nazionale del federalismo sgangherato del Titolo V dell’Ulivo». Dunque, la patria non è messa in pericolo, ma salvata dalla riforma.
La seconda bugia è l’accusa alla CdL di aver realizzato la riforma da sola, senza coinvolgere il centrosinistra. Anche in questo caso l’accusa è del tutto destituita di fondamento. Nella scorsa legislatura la Casa delle Libertà – diversamente dal centrosinistra che approvò da sola la modifica del Titolo V – avrebbe voluto scrivere la riforma insieme all’opposizione. Ma è stato il centrosinistra a rifiutarsi e ad impedirlo, nonostante che la CdL avesse scelto il modello di governo preferito dal centrosinistra (il premierato). Al riguardo posso rivelare un retroscena particolarmente significativo, con il conforto degli atti parlamentari. Un anno prima dell’elaborazione del testo della riforma a Lorenzago, al Senato ci fu un tentativo di intesa bipartisan per modificare la forma di governo. Mentre il senatore Ds Giorgio Tonini, supportato dal costituzionalista Ceccanti, presentò un disegno di legge (n. 1662) che ricalcava il testo Salvi della Commissione bicamerale, il senatore azzurro Lucio Malan, supportato dal sottoscritto, presentò un altro disegno di legge molto simile (n. 1889). Il Presidente del Senato Pera, constatando la vicinanza dei due testi, ne favorì subito la discussione nella Commissione affari costituzionali. Tonini ebbe anche l’adesione del senatore Amato. Ma fu proprio a questo punto che la massa conservatrice del centrosinistra, capeggiata da Bassanini, si scatenò contro i due disegni di legge impedendo ogni possibilità di intesa.
Un altro episodio è anch’esso rivelatore. Quando la riforma costituzionale arrivò alla Camera dei deputati e i gruppi dei Ds e della Margherita cercarono di dare un segnale di disponibilità al confronto astenendosi sul primo articolo che riguardava una norma da tutti condivisa (il Senato federale) intervenne subito Prodi e impose a tutto il centrosinistra di votare sempre e comunque no, anche sugli emendamenti identici. Prodi e il centrosinistra hanno rifiutato il confronto di merito con la CdL per due ragioni: in primo luogo perché sono divisi al proprio interno ed entrando nel merito si sarebbero ulteriormente spaccati; in secondo luogo perché contestano la riforma non tanto o non solo per il suo contenuto ma per chi la propone, cioè contestano alle forze della Casa delle Libertà, percepite come estranee alle tradizioni politico-culturali (legittimatesi con la Resistenza) che hanno dato vita alla Carta del ‘48, il diritto di modificare la Costituzione.
Il centrosinistra contesta la riforma della CdL, ma non ha un’altra proposta di riforma da proporre (ogni partito e fazione che lo compone dice cose diverse). Sanno solo dire di No, di fatto vogliono conservare e imbalsamare la Carta del ‘48, impedendo all’Italia di dotarsi di istituzioni moderne ed efficienti per competere in condizioni di parità con le altre democrazie.
Se vincerà il No le spinte conservatrici prevarranno e sarà la pietra tombale di qualsiasi possibilità di riforma. Solo se vincerà il Sì verranno confermati gli ottimi principi ispiratori della riforma (premier scelto dagli elettori senza più ribaltoni, riduzione del numero dei parlamentari, superamento del bicameralismo perfetto e ripetitivo, federalismo equilibrato, responsabile e solidale). Solo se vincerà il Sì si potrà arrivare ad una riforma della Costituzione condivisa dalle maggiori forze parlamentari anche migliorando alcuni aspetti tecnici che richiedono una revisione del testo approvato lo scorso anno dal Parlamento.
Non sprechiamo la grande occasione per cambiare e modernizzare la Costituzione che ci viene offerta il 25 e 26 giugno. Andiamo tutti a votare e votiamo convintamente Sì. È in gioco il futuro dell’Italia, il futuro di tutti noi.

Sciacalli senza vergogna

Riporto un magistrale articolo di Renato Farina, tratto dal quotidiano Libero di sabato 10 giugno, e che vale assolutamente la pena leggere dall’inizio alla fine.
I link, le evidenziature e i “grassetti” sono stati aggiunti dal sottoscritto.

I ROSSI SON GIA’ NERI – di Renato Farina
La ribellione contro i predatori dell’anima italiana si è concentrata in questi giorni vicino a un soldato morto. Prima del funerale del caporalmaggiore Alessandro Pibiri, ucciso a Nassiriya, al Celio era stata preparata la camera ardente. La bara di legno, soldati sull’attenti, le lacrime della famiglia in veglia. Ed ecco, improvvisamente, giunge una notizia là dentro. Fuori dall’uscio, c’è un politico. Ha l’aria compunta di chi è pronto a mettersi in cassaforte questo lutto come oro per la sua causa. E’ Oliviero Diliberto, capo dei Comunisti italiani, sardo come il caduto. Ci sono i giornalisti, e fa le prove con loro: «Sono d’accordo con il papà del soldato ucciso: quando andiamo via dall’Iraq?». Nel momento della disperazione aveva espresso la sua prostrazione: via tutti. E aveva ed ha ragione: dopo il rinnegamento di Prodi, prima si va via meglio è, si è carne da cannone, senza neanche la corazza invisibile che viene dal fatto che il tuo presidente stima e approva il tuo sacrificio.
Intanto, funzionano benissimo i padri dei soldati morti quando ci danno ragione, che occasione spettacolare per Diliberto. Il quale entra, non dubitiamo sia addolorato sul serio, ma non resiste. Invece di dire le parole banali così preziose, tipo «Mi dispiace», «Non è stato un sacrificio inutile»; «Tanti gli vogliono bene»; invece di essere un uomo, Diliberto ha preferito scegliersi la parte di politico astuto. Si avvicina e dice: «L’ho sempre detto che non dovevamo andare in guerra…». Dice così: in guerra. Come dire che quel ragazzo che padre, madre, fidanzata e fratello stanno piangendo era andato là, in quel deserto babilonese, ad ammazzare. Se fosse stato per Diliberto, Bertinotti, Prodi e compagni non avrebbe potuto esprimere quella vocazione guerriera e sarebbe vivo. Insomma: l’ha ucciso Berlusconi.
E’ allora che le gambe di Mauro Pibiri si sono avvitate al suolo. I soldati sanno cosa sia. Hai davanti uno più potente, ma la giustizia è dalla tua parte. Di qui, questo non passa. Quelle parole non passano, non possono essere di chi ci governa. Invece sì, purtroppo. Mauro Pibiri gli grida in faccia, con la forza calma di chi ha il cuore frantumato, ma l’idea del bene e del male è intatta e pura: «Ma che cosa dice? Mio fratello era andato laggiù per aiutare gli iracheni, non per fare la guerra. Lei che ne sa?». Mauro Pibiri è un giovane ufficiale in congedo. Non gli importa di destra, sinistra, centro, ma della verità. Diliberto se ne va alla chetichella. Dopo mezz’ora Mauro Pibiri parla ai cronisti: «I nostri militari hanno portato l’acqua e la luce, non la guerra. Smentisco il politico di estrema sinistra che davanti al cadavere di mio fratello è venuto a dire che non si doveva andare in guerra».
Questo fatto, che attingo dalla cronaca di Lorenzo Salvia sul Corriere della sera, è la prima grande sconfitta politica del governo Prodi. Una sconfitta più grave perché è morale e viene non da un avversario politico, ma da un uomo comune che impugna la sua dignità come una fiaccola che illumina l’abisso in cui siamo precipitati. Non è un fatto di quattro politicanti spelacchiati, capitati per caso in mezzo a una coalizione di sinistra sì, ma seria. Era stato Prodi in persona – ribadisco – a dire che gli italiani lì erano andati in guerra e ad occupare. Mentiva. Lo ha fatto perché la sua maggioranza si regge proprio sul rapporto privilegiato tra il premier e questi estremisti, rifondaroli, comunisti, verdi, eccetera. In questi giorni ha provato a tranquillizzare gli italiani, a spiegare che sono folclore, sono innocui. Balle. Sono la sua anima nera, anzi rossa.
Dopo questo schiaffo che è stato ignorato dai Tg e rimpicciolito dai mass media, un presidente del Consiglio civile dovrebbe andare a chiedere scusa, e rimangiarsi le sue parole in Parlamento. Potrebbe spiegare che ci ritiriamo perché sì, c’era nel programma, ma non rinneghiamo nulla di quella presenza «pacifica».
La parola messa tra virgolette è del Papa. Benedetto XVI ha usato l’espressione «ripresa pacifica» per descrivere l’obiettivo dei nostri in Mesopotamia. Come Mauro Pibiri. Come sente la grandissima parte del nostro popolo.
C’è stato un altro schiaffo solenne. Quello del presidente Giorgio Napolitano. Lo riconosciamo volentieri: ha usato espressioni nient’affatto neutrali. Ricevendo i capi della nostra Marina ha detto: «I nostri soldati sono impegnati in azioni militari ma non di guerra, è doveroso partecipare alle missioni dell’Onu, per assicurare la pace e la giustizia». Insomma: il contrario di quanto detto da Prodi, Bertinotti, Diliberto eccetera. Un linguaggio simile invece a quello – per rimanere nell’ambito del governo – di D’Alema, Mastella, Rutelli. Il problema però è questo: il governo sarà diviso, ma le scelte pubbliche sono tutte, ma proprio tutte da estrema sinistra. Il primo atto internazionale del governo – ricordiamocelo – è stato il ritiro dall’Iraq, lasciando esposto il nostro esercito, delegittimato moralmente, ad azioni vigliacche e persino, in punta di diritto, nobilitate da Prodi in quanto atti contro occupanti. E poi questi qui vanno a piangere ai funerali. A piangere quando ci riescono, perché com’è noto l’altra volta gli è proprio scappato di sghignazzare (vi ricordate Pecoraro Scanio? Nessuno gli ha chiesto di fare un passo indietro e di scontare in qualche purgatorio politico la sua sconcezza: macché subito un bel ministero).
Che cos’abbiamo fatto, chi abbiamo mandato al governo sulle loro auto blu? Dei pazzi. Questo è il sentimento della gente comune dinanzi allo spettacolo dei piccoli Nerone al potere. Gli manca solo la cetra, ma Roma hanno già cominciato a incendiarla con pistolate da megalomani. Siccome hanno vinto, pensano di potersi permettere di tutto, pure con l’applauso del popolo. Noi avevamo avvertito che erano fatti così. Troppi ci sono cascati. Erano tanto carini a Porta a porta, così educati. Ora la grandissima maggioranza si rende conto, e c’è un lampo di paura in Italia, e si vorrebbe rispedirli nei loro centri sociali o confinarli nei salotti dove le chiacchiere sono solo chiacchiere, e non atti di Stato. Invece ci toccano. Per cinque anni? Confidiamo per molto, molto meno.
A questi comunisti gliene suonano anche gli alleati (alcuni), perché ogni tanto per fortuna prevale la decenza. Buona parte degli sciagurati elettori di Prodi li prenderebbero volentieri a sediate in testa, questi rivoluzionari del menga. Noi non li perdoniamo. Guardate in che casino ci avete messo, pur di metterla in quel posto al Berlusca. Lo diciamo anche a un vecchio amico saggio come Giampaolo Pansa. Anche lui pensava di aver votato un democristianone un po’ di sinistra, contornato da un comunista serio e realista come D’Alema. Pansa e quelli come lui, brave persone, hanno regalato con ottime intenzioni lo scettro a chi ride nel momento del lutto, a un presidente della Camera che va alla parata militare ma dichiara che non ci sta (Bertinotti), e a un Diliberto che con le sue belle giacchette fa la predica contro i soldati sulla bara del caduto, e quasi i parenti del caporalmaggiore lo sbattono fuori dalla sala ardente.
Ha un bel dire Prodi che sono folclore. Sono la sua spina dorsale. Prodi è legato con il filo di ferro a questa sinistra. Urge cambiare tutto. Magari anche con l’aiuto di una sinistra moderata e riformista, se non è venduta a questa corte di folli.
Renato Farina – Libero – Sabato 10 giugno 2006

Altri contributi su…

Il mio personalissimo pensiero
Sono molto addolorato per la tragica fine del nostro militare. Ma – come ho già scritto poco tempo fa – questi tragici lutti non riescono più a farmi stare zitto di fronte all’impudenza di certe persone.
Di tutti i personaggi, citati da Farina in questo articolo, trovo particolarmente negativa la figura di Prodi perché, diversamente da Diliberto (del quale si sa praticamente da sempre il pensiero), mente spudoratamente nel tentativo di “metterlo in quel posto” a tutti gli italiani, compresi quelli che l’hanno votato, e a buona parte dei suoi stessi alleati.
Nonostante la sua apparenza bonacciona, da tutto ciò che fa e dice (vedi anche la discussa intervista al settimanale tedesco Die Zeit – commentata anche su Il Legno Storto) traggo la netta impressione che sia una persona senza scrupoli e cattiva nel profondo. Una “maschera” perfetta per chi vuole governare il Paese non avendo “la faccia” per poterlo fare.

L’Unione dei brogli

Così come i nodi, anche i brogli vengono al pettine…

Oggi, su “Il Giornale”, lo scoop giornalistico sui brogli che sarebbero avvenuti nel voto degli italiani all’estero, spiegato bene anche nell’articolo di Paolo Guzzanti e in un altro dove sono addirittura pubblicati alcuni stralci di conversazioni molto compromettenti.

Sullo stesso scoop è intervenuto anche Studio Aperto, il telegiornale di Italia Uno, con una breve intervista a Maurizio Belpietro, direttore de “Il Giornale”, che parla di un «[...] video che è stato registrato da un regista indipendente, che lavora per una piccola rete televisiva, che ha seguito per alcuni giorni i candidati all’estero, i candidati italiani all’estero. Ha seguito soprattutto le votazioni e racconta [...] delle cose davvero inquietanti, nel senso che ci sarebbero state delle manipolazioni con delle critiche anche molto pesanti. Ci sarebbe stata un’eletta che, addirittura proprio domani, dovrebbe fare una conferenza stampa per denunciare che cos’è accaduto [...] in quei seggi e credo che ci sia davvero da capire come siano andate queste benedette elezioni».

E questo è solo l’inizio…

Il video dell’intervista a Belpietro lo potete trovare sul sito di Studio Aperto oppure qui (link diretto al filmato).

Romano Prodi – Una biografia scomoda

Tutte le ombre dell’impero Romano
Tratto da Il Giornale – n. 65 del 18/03/2006

«Io presidente del Consiglio? Non penso proprio a queste cose, l’Italia ha bisogno di facce nuove», Romano Prodi, aprile 1993. Tempo tre anni e la bugia si avvera. Perché in realtà fin da ragazzino il sogno di Romano era diventare premier. È la moglie Flavia Franzoni a raccontare, nell’autobiografia di coppia Insieme (San Paolo, 2005), che lui diciannovenne studente della Cattolica di Milano, dopo aver superato l’esame di Codice civile, il più duro, urlò ai compagni di stanza Tiziano Treu e Giovanni Maria Flick: «Tra me e la presidenza del Consiglio non ci sono più ostacoli». Era l’inizio della parabola che avrebbe portato «un uomo qualsiasi» dalle seggiole dell’università alle poltronissime del potere italiano ed europeo.
«L’uomo qualsiasi» è l’inserto monografico che oggi (18/03/2006 – n.d.miscredente) il Domenicale, settimanale diretto da Angelo Crespi, dedica all’ex presidente Iri, ex presidente della Commissione Europea, ex presidente del Consiglio dal 1996 al 1998. Sotto il simbolo dell’omino stritolato dal torchio, che richiama l’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini, sotto le manchette dei pomodori Cirio «buoni per tutte le salse», tre pagine di «agiografia non autorizzata del professore Romano Prodi» scritte dal giornalista Massimo Pandolfi.
Contro i 120 libri, perlopiù dispregiativi, sul Cavaliere, la bibliografia su Romano Prodi è magrissima. «Non esistono in libreria – scrive Pandolfi – libri critici contro il Prof. o comunque si possono contare sulle dita di una mano. Ce n’è uno, del 2000, che ha vissuto una storia emblematica. Si intitola Prodeide, è stampato da una casa editrice che non c’è più, e l’ha curato Antonio Selvatici, un giornalista che oggi vende case». Ex giornalista, perché dopo la biografia non autorizzata di Prodi, «gli hanno fatto terra bruciata intorno».
Eppure nell’armadio di Prodi gli scheletri abbondano (c’è anche un fantasma, quello della famosa seduta spiritica in cui il Professore tirò fuori il nome «Gradoli», la via di Roma dove si trovava un covo brigatista durante il sequestro Moro). Vent’anni fa era il manager pubblico più pagato d’Italia, con 201 milioni di lire di imponibile nel 1984. «E quando nel 1998 dichiarò: “In borsa guadagni poco etici”, nel frattempo possedeva un portafogli azionario di un miliardo e 219 milioni che col boom dell’epoca di Piazza Affari si rivalutò in quasi 3 miliardi».
Nel luglio 1993 fu sentito come testimone della vicenda Sme dal pm Antonio Di Pietro, oggi suo alleato. Di Pietro sbattè i pugni sul tavolo: «E i soldi alla Dc chi glieli dava? Lei era capo dell’Iri, possibile che non mi sappia riferire niente?. «Prodi terrorizzato – scrive Pandolfi – andò pare a chiedere conforto al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Qualche giorno dopo arrivò a più miti consigli anche il procuratore capo Francesco Saverio Borrelli: guarda caso al successivo interrogatorio di Prodi, Di Pietro non era neanche più presente».
Nel 1981 Prodi fondò Nomisma, società di analisi e consulenza economica, «il capolavoro del sacro Romano impero». Attorno a Nomisma cresce una rete di incroci tra il Prodi consulente e il Prodi manager pubblico. Come nel 1992, quando viene nominato «garante per le conseguenze territoriali dell’Alta velocità» e tre mesi dopo le Fs chiesero proprio alla Nomisma di Prodi una relazione su tale impatto. Sintetizza perfettamente il giudice Francesco Paolo Casavola, che assolse Prodi per gli strani intrecci di Nomisma: «L’idea che le commesse siano state affidate perché a richiederle erano il presidente dell’Iri e il suo assistente alle società collegate è verosimile, ma non assume gli estremi di reato».
Le pagelle di Prodi presidente della Commissione europea sono pessime. Il giudizio della (oggi) alleata Emma Bonino sulla gestione Prodi degli affari Ue: «Cervello piatto». Il Financial Times: «La sua performance è stata orrenda». Sempre il FT: «È un dilettante, catapultato su una poltrona troppo importante per lui». Le Monde su Prodi a Bruxelles: «Una commissione in pieno caos». Il Times di Londra titolò: «Il problema Prodi». Il tedesco Die Welt: «Impacciato, dal linguaggio piatto, un uomo che perde spesso il filo del discorso dando l’impressione di non sapere bene di cosa stia parlando.»
È invece infallibile nel procurarsi e coltivare amicizie influenti. «Prodi trova immancabilmente l’amico giusto al momento giusto. Come Giovanni Bazoli, dominus di Banca Intesa, suo fedelissimo, insieme potente banchiere e azionista principe del Corriere della Sera». Già, l’informazione. Quante penne alla corte di Romano. «Negli archivi abbiamo trovato degli ossequiosissimi Arrigo Levi, Lietta Tornabuoni, Giuseppe Turani, Luca Giurato. E nello staff di Mortadella sono passati negli ultimissimi anni Rodolfo Brancoli, Albino Longhi e Gad Lerner». Cioè, tre ex direttori del Tg1.

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NOTE

Massimo Pandolfi è caporedattore de Il Resto del Carlino. E’ anche autore, insieme a Riccardo Fantini, del libro “Inchiostro rosso – Le vere veline dell’era Berlusconi“, pubblicato nel 2004 dalle Edizioni Ares. Nel 2005 ha pubblicato, tramite lo stesso editore, il libro “Un poliziotto in galera – L’odissea giudiziaria di Ivan Liggi“, scritto insieme a Simona Pletto.

Rutelliani allo sbaraglio

Certi “rutelliani”, ossia della Margherita, hanno imparato molto bene dal loro capo a dire stupidaggini inaudite.
Riporto un fantastico articoletto, apparso oggi su “Il Giornale”, che ne rappresenta un fulgido esempio.

Lui ustiona i bambini
- di Filippo Facci – Il Giornale – 24 febbraio 2006
Non so voi, ma io non ci resisto fino al 9 aprile. Ormai non c’è respiro che non sia bipolarizzato, non c’è evento atmosferico che non venga attribuito a colpe politiche altrui. E qui magari vi aspettereste un bel pistolotto sulla questione Islam, la necessità di non dividersi in un momento difficile, queste cose. Sbagliato. Per capire il centro bisogna guardare in periferia. A Cosenza, per dire: ieri una madre ha partorito in casa ma poi il neonato è stato lavato con acqua troppo calda, ed è rimasto ustionato. Triste. Ma indovinate a chi è andata la colpa: al sistema? Allo scaldabagno? A chi ha lavato il neonato? Al Sud? Ai parti casalinghi? Sbagliato. Avete già capito. È colpa sua. Ha detto Dorina Bianchi, parlamentare della Margherita: «Il tragico episodio la dice lunga sulla propaganda del tutto va bene di Berlusconi. In una regione come la Calabria ci sono famiglie che ancora ricorrono al parto in casa, senza nessuna assistenza e soprattutto con un livello di cultura tale da ignorare che un’acqua troppo calda può bruciare la pelle così delicata di un neonato. Eppure Berlusconi fa finta di non vedere». Ecco, e che fai? Che fai, di fronte a una cosa del genere? Rispondi? Ignori? Ti metti ad argomentare? No. Conti i giorni. Al 9 aprile ne mancano 45. La mortalità infantile ha le ore contate.

Non è incredibile il punto a cui siamo arrivati?
In ogni caso, appena l’ho letto, mi è venuta in mente una delle più grandi stupidaggini mai proferite da un politico. Mi riferisco a Rutelli quando, poco prima delle elezioni di maggio 2001, al Maurizio Costanzo Show diede vita ad un “siparietto” davvero tragicomico.
Riporto le sue parole tratte da un articolo apparso il 10 maggio 2001 su Repubblica, scritto da Umberto Rosso e intitolato “Ulivo, appello agli indecisi” (che ho trovato nella rassegna stampa del sito dei Democratici per l’Ulivo).

[...] «Diffidate delle sue tante promesse. Perché, tanto per dirne una, quando Berlusconi andò al governo nel ‘94, poi la Borsa andò a picco. E’ risalita solo grazie al governo dell’Ulivo». Rutelli davanti ad una platea di sostenitori (un modo per compensare la prossima puntata con Berlusconi, in collegamento con il gran finale del Polo a Piazza del Popolo), esibisce due lavagnette con i grafici dell’altalena delle azioni sotto il Polo e sotto il governo del centrosinistra. Nel ‘94 il Mib storico crolla da 12.500 a 9.500, per risalire dal ‘96 ad oggi fino a quota 28.000. [...]

La sera dopo, sul TG5, Enrico Mentana, noto appassionato di Borsa, ricordando l’andamento dei mercati mondiali nel periodo citato da Cicciobello/Rutelli, osservò ironicamente che il governo Berlusconi di allora doveva proprio aver portato una curiosa sfiga all’intera economia mondiale, tale da opprimere tutti i mercati.

Indice Dow Jones dal 01/01/1993 al 31/12/2001

Se infatti guardiamo il grafico del Dow Jones (molto indicativo per tracciare l’andamento dell’economia mondiale degli ultimi decenni), non si può fare a meno di notare come l’indice, dopo un massimo toccato il 31/01/1994, scenda fino al minimo del 04/04/1994 per poi risalire, prima lentamente – tra ulteriori alti e bassi – e poi con ritmo più sostenuto, fino al periodo del boom dei titoli tecnologici (anno 2000). Boom che è definitivamente terminato dopo gli attentati dell’undici settembre 2001.
Quindi, se fossero vere le strampalate teorie di Cicciobello/Rutelli («[...] quando Berlusconi andò al governo nel ‘94, poi la Borsa andò a picco. E’ risalita solo grazie al governo dell’Ulivo [...]»), se ne dedurrebbe che la politica e l’economia italiane sarebbero il principale fattore che determina anche l’andamento dei mercati mondiali!

Ma davvero esiste una persona di buon senso che può credere a ciò?


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