IVAN LIGGI – Un poliziotto in galera – La storia

Il suo caso, tra i cittadini di TocqueVille, non è una novità. Ne hanno già parlato Simone Casadei (23 febbraio, 28 maggio e 14 e 19 giugno scorsi), Enzo Cumpostu (30 maggio) e Forza Mondavio (01 giugno). E chiedo scusa se probabilmente mi è sfuggito qualche altro intervento in merito.

Però credo che sia utile mantenere viva l’attenzione su questa triste vicenda che riguarda Ivan Liggi, in carcere da oltre un anno.
Specialmente in questi tempi in cui si è concessa la grazia a Ovidio Bompressi e in cui, molto probabilmente, la stessa cosa accadrà anche per Adriano Sofri (ambedue esponenti di Lotta Continua e condannati per l’omicidio del Commissario della Polizia di Stato Luigi Calabresi).
Tempi in cui Sergio D’Elia, ex responsabile dell’organizzazione terroristica Prima Linea e condannato per omicidio, pur avendo scontato la pena ed essendo quindi “eleggibile”, viene nominato segretario dell’Ufficio di presidenza della Camera: nomina che moralmente suona come totale mancanza di rispetto nei confronti della vittima e un’ulteriore umiliazione nei confronti dei familiari della stessa.
E tempi in cui un altro personaggio come Daniele Farina, condannato due volte nel 1986 per reati che vanno dall’oltraggio alla fabbricazione/detenzione di materiale esplodente (per non contare le tante “segnalazioni”, anche molto recenti), viene nominato addirittura vicepresidente della Commissione Giustizia.

Dall’ottobre del 2004, Ivan Liggi “è l’unico agente italiano in carcere, con sentenza definitiva, perché giudicato colpevole del reato più grave, l’omicidio volontario, commesso durante un’operazione di polizia, non fuori servizio”.

Ivan Liggi - Un poliziotto in galeraA lui è stato dedicato anche un libro: “Un poliziotto in galera – L’odissea giudiziaria di Ivan Liggi” scritto da Massimo Pandolfi, caporedattore de “Il Resto del Carlino” (autore, con Riccardo Fantini, del libro “Inchiostro rosso – Le vere veline dell’era Berlusconi”), e Simona Pletto, giornalista de “La Voce di Romagna”, e pubblicato da Edizioni Ares.
Nel libro si racconta dettagliatamente questa drammatica vicenda che inizia il 24 febbraio 1997, a Rimini. In estrema sintesi, la storia è la seguente.
Giovanni Pascale quel giorno, alla guida della sua auto, compie un’infrazione che viene notata da una pattuglia della polizia stradale formata da Ivan Liggi e dal collega Cristian Briganti.
I poliziotti tentano inutilmente di fermare Pascale che fugge con l’auto rischiando anche, ad un certo punto, di causare un incidente con un altro automobilista.
L’inseguimento prosegue tra un semaforo rosso non rispettato ed anche un tentativo di Pascale di buttar fuori strada l’auto dei poliziotti, mentre lo affiancano e gli intimano nuovamente l’alt con la paletta di servizio.
Ad un successivo semaforo rosso, grazie anche alla presenza di altre auto ferme e ad una manovra compiuta da Liggi, Giovanni Pascale si trova bloccato senza possibilità di proseguire.
I poliziotti escono quindi dall’auto per raggiungere la sua macchina. Ivan Liggi scende subito dopo il collega ed estrae la pistola d’ordinanza inserendo un colpo in canna. Giovanni Pascale, che appare con lo sguardo fisso avanti a sé, quando gli viene intimato di scendere dall’auto inserisce la sicura alla portiera, sempre senza girare lo sguardo. Ivan Liggi, vedendo la resistenza passiva opposta dall’uomo, ripone la pistola in fondina per tentare di aprire lo sportello con entrambe le mani mentre il conducente continua a guardare fisso in avanti. Per questo motivo, Ivan prova quindi a portarsi di fronte all’auto di Pascale. Ma proprio in quel momento le auto incolonnate cominciano a ripartire perché il semaforo è tornato verde. Anche Pascale riparte investendo Ivan Liggi, che mette le mani sul cofano dell’auto per ripararsi dall’impatto. Ivan cade a terra, anche se non completamente, e, mentre vede l’auto allontanarsi, si rialza velocemente e prova ad inseguirla a piedi estraendo istintivamente la pistola. Dall’arma parte un colpo, uno soltanto. L’auto prosegue la sua corsa per un altro centinaio di metri, per poi fermarsi sbattendo contro un palo. I due poliziotti risalgono in auto e raggiungono rapidissimamente la vettura di Pascale. Purtroppo, per Giovanni non c’è nulla da fare: giace sanguinante, colpito alla testa.

Giovanni Pascale, la vittima, era un bravo ragazzo tutto casa, lavoro e Chiesa. Non era affatto un delinquente.
Ancora non si sa esattamente perché quel giorno abbia agito in quel modo, quasi come se fosse un automa (continuava a guardare fisso davanti a sé nonostante le urla dei poliziotti che gli chiedevano di scendere dall’auto).
Secondo alcuni aveva paura di arrivare in ritardo al lavoro: era infatti stato richiamato dal suo datore di lavoro perché proprio in quel periodo tardava spesso a prendere servizio. Ma questa ipotesi appare poco plausibile perché Giovanni doveva iniziare la sua attività (svolta in un centro commerciale poco lontano) entro le ore 8.30 e, quando è accaduta la tragedia, non erano ancora le 7.30.
Secondo altri la causa è da ricercarsi in un possibile effetto collaterale dovuto ai farmaci antidepressivi che assumeva, essendo in terapia già da alcuni mesi da una psicoterapeuta neurologa.
Purtroppo, Giovanni Pascale si è portato via con sé la soluzione a questo enigma.

Ad ogni modo, da quel giorno, per Ivan Liggi inizia una vera e propria odissea giudiziaria che, come evidenziato molto più chiaramente nel libro, è stata ulteriormente complicata da un iniziale “intervento” di alcuni superiori ma che, una volta chiarite le cose, presenta aspetti davvero paradossali.
Il risultato è che Ivan, a distanza di poco meno di otto anni da quel tragico giorno, finisce in carcere condannato a nove anni e cinque mesi di detenzione per “omicidio volontario”.
L’odissea giudiziaria si svolge in cinque tappe.
Nel 1998, la Corte d’Assise di Rimini condanna Ivan a quattro anni per “omicidio colposo” e “falso ideologico”, con sospensione per cinque anni dal servizio (pena che comunque non l’avrebbe portato in carcere).
Nel 2000, la prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Bologna impugna la sentenza e trasforma l’imputazione in “omicidio volontario” (più di nove anni di carcere).
Nel 2001, dopo il ricorso della difesa, la Cassazione annulla la precedente sentenza rinviandola alla Corte d’Appello di Bologna.
Nel 2002, la Corte d’Appello di Bologna riconferma la condanna per “omicidio volontario”.
Nel 2004, la Cassazione rende inutile l’ulteriore ricorso della difesa e, con sentenza definitiva, condanna Ivan Liggi al carcere (9 anni e 5 mesi) e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Anche la Corte dei Conti fa la sua parte e chiede a Liggi di risarcire al Ministero dell’Interno la somma di 130mila Euro più gli interessi, pari a 11,16 Euro giornalieri, che maturano dal 28 febbraio 2003.

A nulla è servito far presente ai giudici che, come si può anche dedurre da una sentenza del 1991, la mancata reiterazione dei colpi alluda alla mancanza del dolo di omicidio volontario, come sempre sostenuto da Liggi. E questa tesi è anche avallata da alcune testimonianze, di cui però stranamente non si è tenuto sufficientemente conto, ma anche dal fatto che Ivan otteneva punteggi scarsi al poligono di tiro e, perciò, non poteva certo essere considerato un “cecchino”.
Quindi, secondo gli autori del libro (ma anche del sottoscritto che – essendo stato istruttore e commissario del Tiro a Segno Nazionale – lo ha letto e riletto valutando, per così dire, anche alcuni aspetti tecnici) e di tante altre persone che hanno seguito la vicenda da vicino, questa storia non è altro che un tragico incidente (dovuto sicuramente ad imperizia di Liggi) che ha fatto non una ma due vittime: Giovanni Pascale e lo stesso Ivan. Imperizia, non volontà omicida, come invece ha decretato la Cassazione.

Purtroppo, fino ad oggi, non ha ancora avuto seguito la domanda di grazia, presentata dalla famiglia Liggi il 15 marzo 2005 e supportata da circa 15mila persone, fra cui Ivelise Pascale, sorella di Giovanni, che ha offerto ad Ivan il suo perdono.
E’ quindi inevitabile chiedersi perché, come scrive anche il padre di Ivan, «c’è chi dopo tanti omicidi e dopo aver sciolto il corpo di un bambino nell’acido, ottiene i permessi per uscire dal carcere», mentre per un ex poliziotto, incappato in un tragico errore durante lo svolgimento del proprio lavoro, ancora non si sia mosso nulla.

Aiutiamo Ivan Liggi


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