Archivio per Giugno 2006

IVAN LIGGI – Una recente intervista

Riporto l’ultima intervista di Ivan Liggi, rilasciata pochi giorni fa nel carcere di Forlì a Massimo Pandolfi e pubblicata sull’edizione de Il Resto del Carlino del 22 giugno 2006.

Il poliziotto in galera – «La mia battaglia per la libertà» – Ivan Liggi e la grazia: «Ci spero»
dall’inviato Massimo Pandolfi
Forlì – Quando ci incontriamo, Ivan Liggi non sa ancora che a una manciata di chilometri da qui, da questo carcere forlivese che da 614 giorni è diventata la sua casa, vive da uomo praticamente libero Ferdinando Carretta, il ragazzo che a Parma sterminò la famiglia.
Meglio così, forse. Infatti, scherzi del destino, sapete cosa ha detto come prima cosa Ivan, ieri mattina alle nove, al vostro cronista?
«Mi sento un peso, per tutti. Che senso ha tenermi qua dentro dalla mattina alla sera? Vorrei poter lavorare, rendermi utile, aiutare chi ha bisogno e poi, per carità, la sera tornare in cella». Ciò che praticamente succede a Carretta, proprio a Forlì; Carretta che ha sterminato volontariamente la sua famiglia e Liggi che continua a ripetere che nove anni fa ha sparato per sbaglio a un ragazzo in fuga, figuriamoci se lo voleva uccidere.
Comunque: l’incontro ha un altro scopo. Parlare di Ivan Liggi e della sua richiesta di grazia, proprio nel giorno in cui da Rimini partono in tour per l’Italia i camper della speranza, della grazia.

Chi è perplesso dice: Liggi ha presentato la richiesta di grazia troppo presto, magari fra qualche anno potrà ottenerla, ora no. Tu che rispondi?

«Ti rispondo chiedendo di guardarmi in faccia. Ti sembro un pericoloso criminale capace di compiere reati appena uscito da qui?».

Onestamente no, ma mica si può giudicare solo dalla faccia…

«Ecco, ti aggiungo che fino al giorno della sentenza definitiva della Cassazione ho continuato a fare il poliziotto, lo Stato mi faceva girare con la pistola e ho ricevuto complimenti. E poi, chiedi pure in giro, prima di entrare qua dentro sono sempre stato un ragazzo perbene».

Ivan, nove anni fa hai ucciso un uomo…

«So solo io il dolore che provo dentro di me e che segnerà tutta la mia vita. Però più che continuare a dire che non solo non volevo uccidere quel ragazzo, Giovanni, ma che non volevo neppure sparare e che il colpo è partito accidentalmente dalla mia pistola, cosa posso fare?».

La sentenza ha scritto il contrario: omicidio volontario.

«La rispetto e sto pagando. Penso però che sia mio diritto dire che non la condivido. Lo ripeterò anche dopo nove anni, cinque mesi e un giorno dalla condanna, quando sarò un uomo definitivamente libero».

Sempre che Napolitano non ti conceda la grazia.

«Io non mi illudo, poi si sta peggio».

Però Napolitano ha cominciato la sua missione al Quirinale concedendo la grazia a Bompressi e se il buongiorno si vede dal mattino…

«Me lo auguro. Vorrei solo che non si facessero giochi o speculazioni politiche. Io la politica non la conosco, non la seguo, non ci capisco niente. E un po’ ci resto male anche quando il mio caso viene affiancato a quelli di Sofri, Bompressi e compagnia…».

Però si dice che Ciampi non ti abbia firmato la grazia per i suoi vecchi contrasti con l’ex ministro Castelli che non voleva liberare Bompressi e Sofri…

«Non lo so e non mi interessa saperlo. Vorrei solo che il giorno in cui verrà esaminato il mio caso, si tenga conto della mia persona e basta. E vorrei ricordare che, comunque si valuti l’accaduto, io quella maledetta mattina del 1997 mi ero alzato per andare a lavorare e stavo cercando di fare il mio dovere: l’ho fatto evidentemente male se è successo quello che è successo. Mi sembra però che resti tanta indifferenza fra il sottoscritto e tanta gente che si svegliava non per andare a lavorare, ma per uccidere».

Liggi, cosa ti sta insegnando il carcere?

«Che la solitudine è una brutta bestia. Che le domeniche, le feste, sono giornate terribili.
Mi sono preso un impegno: prima o poi uscirò di qui, tornerò a vivere e lavorare e allora, almeno nei giorni di festa, dedicherò un po’ delle mie ore alle persone sole, agli anziani, agli ammalati, ai carcerati. Penso a un sorriso, magari una carezza, un panettone da mangiare insieme. Il carcere mi sta insegnando queste cose».

Aiutiamo Ivan Liggi

IVAN LIGGI – Un poliziotto in galera – La storia

Il suo caso, tra i cittadini di TocqueVille, non è una novità. Ne hanno già parlato Simone Casadei (23 febbraio, 28 maggio e 14 e 19 giugno scorsi), Enzo Cumpostu (30 maggio) e Forza Mondavio (01 giugno). E chiedo scusa se probabilmente mi è sfuggito qualche altro intervento in merito.

Però credo che sia utile mantenere viva l’attenzione su questa triste vicenda che riguarda Ivan Liggi, in carcere da oltre un anno.
Specialmente in questi tempi in cui si è concessa la grazia a Ovidio Bompressi e in cui, molto probabilmente, la stessa cosa accadrà anche per Adriano Sofri (ambedue esponenti di Lotta Continua e condannati per l’omicidio del Commissario della Polizia di Stato Luigi Calabresi).
Tempi in cui Sergio D’Elia, ex responsabile dell’organizzazione terroristica Prima Linea e condannato per omicidio, pur avendo scontato la pena ed essendo quindi “eleggibile”, viene nominato segretario dell’Ufficio di presidenza della Camera: nomina che moralmente suona come totale mancanza di rispetto nei confronti della vittima e un’ulteriore umiliazione nei confronti dei familiari della stessa.
E tempi in cui un altro personaggio come Daniele Farina, condannato due volte nel 1986 per reati che vanno dall’oltraggio alla fabbricazione/detenzione di materiale esplodente (per non contare le tante “segnalazioni”, anche molto recenti), viene nominato addirittura vicepresidente della Commissione Giustizia.

Dall’ottobre del 2004, Ivan Liggi “è l’unico agente italiano in carcere, con sentenza definitiva, perché giudicato colpevole del reato più grave, l’omicidio volontario, commesso durante un’operazione di polizia, non fuori servizio”.

Ivan Liggi - Un poliziotto in galeraA lui è stato dedicato anche un libro: “Un poliziotto in galera – L’odissea giudiziaria di Ivan Liggi” scritto da Massimo Pandolfi, caporedattore de “Il Resto del Carlino” (autore, con Riccardo Fantini, del libro “Inchiostro rosso – Le vere veline dell’era Berlusconi”), e Simona Pletto, giornalista de “La Voce di Romagna”, e pubblicato da Edizioni Ares.
Nel libro si racconta dettagliatamente questa drammatica vicenda che inizia il 24 febbraio 1997, a Rimini. In estrema sintesi, la storia è la seguente.
Giovanni Pascale quel giorno, alla guida della sua auto, compie un’infrazione che viene notata da una pattuglia della polizia stradale formata da Ivan Liggi e dal collega Cristian Briganti.
I poliziotti tentano inutilmente di fermare Pascale che fugge con l’auto rischiando anche, ad un certo punto, di causare un incidente con un altro automobilista.
L’inseguimento prosegue tra un semaforo rosso non rispettato ed anche un tentativo di Pascale di buttar fuori strada l’auto dei poliziotti, mentre lo affiancano e gli intimano nuovamente l’alt con la paletta di servizio.
Ad un successivo semaforo rosso, grazie anche alla presenza di altre auto ferme e ad una manovra compiuta da Liggi, Giovanni Pascale si trova bloccato senza possibilità di proseguire.
I poliziotti escono quindi dall’auto per raggiungere la sua macchina. Ivan Liggi scende subito dopo il collega ed estrae la pistola d’ordinanza inserendo un colpo in canna. Giovanni Pascale, che appare con lo sguardo fisso avanti a sé, quando gli viene intimato di scendere dall’auto inserisce la sicura alla portiera, sempre senza girare lo sguardo. Ivan Liggi, vedendo la resistenza passiva opposta dall’uomo, ripone la pistola in fondina per tentare di aprire lo sportello con entrambe le mani mentre il conducente continua a guardare fisso in avanti. Per questo motivo, Ivan prova quindi a portarsi di fronte all’auto di Pascale. Ma proprio in quel momento le auto incolonnate cominciano a ripartire perché il semaforo è tornato verde. Anche Pascale riparte investendo Ivan Liggi, che mette le mani sul cofano dell’auto per ripararsi dall’impatto. Ivan cade a terra, anche se non completamente, e, mentre vede l’auto allontanarsi, si rialza velocemente e prova ad inseguirla a piedi estraendo istintivamente la pistola. Dall’arma parte un colpo, uno soltanto. L’auto prosegue la sua corsa per un altro centinaio di metri, per poi fermarsi sbattendo contro un palo. I due poliziotti risalgono in auto e raggiungono rapidissimamente la vettura di Pascale. Purtroppo, per Giovanni non c’è nulla da fare: giace sanguinante, colpito alla testa.

Giovanni Pascale, la vittima, era un bravo ragazzo tutto casa, lavoro e Chiesa. Non era affatto un delinquente.
Ancora non si sa esattamente perché quel giorno abbia agito in quel modo, quasi come se fosse un automa (continuava a guardare fisso davanti a sé nonostante le urla dei poliziotti che gli chiedevano di scendere dall’auto).
Secondo alcuni aveva paura di arrivare in ritardo al lavoro: era infatti stato richiamato dal suo datore di lavoro perché proprio in quel periodo tardava spesso a prendere servizio. Ma questa ipotesi appare poco plausibile perché Giovanni doveva iniziare la sua attività (svolta in un centro commerciale poco lontano) entro le ore 8.30 e, quando è accaduta la tragedia, non erano ancora le 7.30.
Secondo altri la causa è da ricercarsi in un possibile effetto collaterale dovuto ai farmaci antidepressivi che assumeva, essendo in terapia già da alcuni mesi da una psicoterapeuta neurologa.
Purtroppo, Giovanni Pascale si è portato via con sé la soluzione a questo enigma.

Ad ogni modo, da quel giorno, per Ivan Liggi inizia una vera e propria odissea giudiziaria che, come evidenziato molto più chiaramente nel libro, è stata ulteriormente complicata da un iniziale “intervento” di alcuni superiori ma che, una volta chiarite le cose, presenta aspetti davvero paradossali.
Il risultato è che Ivan, a distanza di poco meno di otto anni da quel tragico giorno, finisce in carcere condannato a nove anni e cinque mesi di detenzione per “omicidio volontario”.
L’odissea giudiziaria si svolge in cinque tappe.
Nel 1998, la Corte d’Assise di Rimini condanna Ivan a quattro anni per “omicidio colposo” e “falso ideologico”, con sospensione per cinque anni dal servizio (pena che comunque non l’avrebbe portato in carcere).
Nel 2000, la prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Bologna impugna la sentenza e trasforma l’imputazione in “omicidio volontario” (più di nove anni di carcere).
Nel 2001, dopo il ricorso della difesa, la Cassazione annulla la precedente sentenza rinviandola alla Corte d’Appello di Bologna.
Nel 2002, la Corte d’Appello di Bologna riconferma la condanna per “omicidio volontario”.
Nel 2004, la Cassazione rende inutile l’ulteriore ricorso della difesa e, con sentenza definitiva, condanna Ivan Liggi al carcere (9 anni e 5 mesi) e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Anche la Corte dei Conti fa la sua parte e chiede a Liggi di risarcire al Ministero dell’Interno la somma di 130mila Euro più gli interessi, pari a 11,16 Euro giornalieri, che maturano dal 28 febbraio 2003.

A nulla è servito far presente ai giudici che, come si può anche dedurre da una sentenza del 1991, la mancata reiterazione dei colpi alluda alla mancanza del dolo di omicidio volontario, come sempre sostenuto da Liggi. E questa tesi è anche avallata da alcune testimonianze, di cui però stranamente non si è tenuto sufficientemente conto, ma anche dal fatto che Ivan otteneva punteggi scarsi al poligono di tiro e, perciò, non poteva certo essere considerato un “cecchino”.
Quindi, secondo gli autori del libro (ma anche del sottoscritto che – essendo stato istruttore e commissario del Tiro a Segno Nazionale – lo ha letto e riletto valutando, per così dire, anche alcuni aspetti tecnici) e di tante altre persone che hanno seguito la vicenda da vicino, questa storia non è altro che un tragico incidente (dovuto sicuramente ad imperizia di Liggi) che ha fatto non una ma due vittime: Giovanni Pascale e lo stesso Ivan. Imperizia, non volontà omicida, come invece ha decretato la Cassazione.

Purtroppo, fino ad oggi, non ha ancora avuto seguito la domanda di grazia, presentata dalla famiglia Liggi il 15 marzo 2005 e supportata da circa 15mila persone, fra cui Ivelise Pascale, sorella di Giovanni, che ha offerto ad Ivan il suo perdono.
E’ quindi inevitabile chiedersi perché, come scrive anche il padre di Ivan, «c’è chi dopo tanti omicidi e dopo aver sciolto il corpo di un bambino nell’acido, ottiene i permessi per uscire dal carcere», mentre per un ex poliziotto, incappato in un tragico errore durante lo svolgimento del proprio lavoro, ancora non si sia mosso nulla.

Aiutiamo Ivan Liggi

Referendum Costituzionale – Le bugie del centrosinistra

La tempesta mediatica sulla riforma costituzionale, che si andrà presto a votare, sta raggiungendo livelli altissimi.
Ma in mezzo a tanto parlare e a tanta propaganda mistificatrice fatta da molti “maestri della disinformazione” facenti parte di questo centrosinistra (più sinistra che centro) ogni tanto capita di leggere cose molto interessanti sui “retroscena” di questa riforma.
A tal proposito, proprio ieri su Il Giornale, ha scritto qualcosa il costituzionalista Peppino Calderisi e l’articolo mi è parso talmente interessante che non posso fare a meno di riportarlo qui di seguito.
Le evidenziature e i “grassetti” sono stati aggiunti dal sottoscritto.

REFERENDUM – Prodi, ribaltoni e bugie
di Peppino Calderisi (tratto da “il Giornale” di lunedì, 19 giugno 2006)
Il comportamento di Romano Prodi sulla riforma della Costituzione sottoposta al voto del 25 e 26 giugno è davvero singolare. Dopo le elezioni Prodi si è comportato come se la riforma della CdL fosse già in vigore: la sera del 10 aprile si è autoproclamato vincitore sulla base del risultato della sola Camera dei deputati (come se il Senato – di cui in quel momento non si conosceva ancora l’esito elettorale complessivo – non dovesse più dare la fiducia al governo), pretendeva di ricevere l’incarico di formare il governo da parte del precedente Capo dello Stato (come se il nuovo Presidente della Repubblica non avesse più titolo ad esercitare le prerogative sulla formazione dell’esecutivo previste dal vigente articolo 92 della Costituzione), ora pretende che spetti al governo decidere da Palazzo Chigi l’agenda dei lavori del Parlamento, infine vorrebbe che in caso di crisi del proprio governo si sciogliessero immediatamente le Camere (un’arma deterrente per cercare di compattare la propria maggioranza eterogenea). Tutte regole che non sono scritte nella Costituzione del 1948, ma che sono introdotte dalla riforma della CdL, alla stregua di quanto previsto nelle maggiori democrazie parlamentari (e di quanto proponeva lo stesso Ulivo nel 1996). D’altra parte, però, Prodi, insieme a Scalfaro, e a nome del governo, contesta la riforma della CdL accusandola di realizzare una «dittatura del premier». Insomma, Prodi pretende per sé, in via di fatto, regole non previste dalla Carta del 1948, ma nello stesso tempo contesta la riforma della CdL che vuole introdurre quelle stesse regole in via di diritto. Questo è davvero intollerabile. Le contraddizioni di Prodi arrivano addirittura al grottesco (e anche al masochismo) se si pensa che nel programma presentato agli elettori Prodi ha proposto (pagina 13) il meccanismo della sfiducia costruttiva senza alcun limite per quanto riguarda la possibilità di cambiare non solo il premier ma anche la maggioranza scelta dagli elettori. Vale a dire, ha proposto un meccanismo che legalizza i ribaltoni, come se lui stesso non fosse già stato vittima nel 1998 di un ribaltone e non ne rischi un altro in questa legislatura.
Ma sono tante le contraddizioni e le bugie diffuse ad arte da Prodi e dal centrosinistra per disinformare i cittadini e, in particolare, quella parte significativa del proprio elettorato che non è animata dal più ottuso conservatorismo istituzionale e che è favorevole a riformare la vecchia Carta del ‘48. Due bugie sono particolarmente eclatanti. La prima è quella che la riforma «spacca l’unità dell’Italia». Una vera e propria fandonia. A provocare guasti enormi all’ordinamento è stata proprio la «devolution» approvata nel 2001 dal solo centrosinistra, una modifica costituzionale che ha moltiplicato i conflitti tra Stato, Regioni ed Enti locali creando un federalismo rissoso e confuso, che ha aumentato i costi e l’inefficienza delle istituzioni, che ha addirittura soppresso dalla Costituzione il principio della tutela dell’interesse nazionale e ha sottratto allo Stato, attribuendole alla competenza concorrente delle Regioni, materie come l’energia e grandi infrastrutture, con il rischio di paralisi in settori vitali per lo sviluppo del Paese. Al riguardo è emblematico quanto ha testualmente affermato un costituzionalista dello stesso centrosinistra come Augusto Barbera: «È paradossale ma bisogna riconoscere che è toccato ad un ministro leghista come Roberto Calderoli rimediare ai pericoli per l’unità nazionale del federalismo sgangherato del Titolo V dell’Ulivo». Dunque, la patria non è messa in pericolo, ma salvata dalla riforma.
La seconda bugia è l’accusa alla CdL di aver realizzato la riforma da sola, senza coinvolgere il centrosinistra. Anche in questo caso l’accusa è del tutto destituita di fondamento. Nella scorsa legislatura la Casa delle Libertà – diversamente dal centrosinistra che approvò da sola la modifica del Titolo V – avrebbe voluto scrivere la riforma insieme all’opposizione. Ma è stato il centrosinistra a rifiutarsi e ad impedirlo, nonostante che la CdL avesse scelto il modello di governo preferito dal centrosinistra (il premierato). Al riguardo posso rivelare un retroscena particolarmente significativo, con il conforto degli atti parlamentari. Un anno prima dell’elaborazione del testo della riforma a Lorenzago, al Senato ci fu un tentativo di intesa bipartisan per modificare la forma di governo. Mentre il senatore Ds Giorgio Tonini, supportato dal costituzionalista Ceccanti, presentò un disegno di legge (n. 1662) che ricalcava il testo Salvi della Commissione bicamerale, il senatore azzurro Lucio Malan, supportato dal sottoscritto, presentò un altro disegno di legge molto simile (n. 1889). Il Presidente del Senato Pera, constatando la vicinanza dei due testi, ne favorì subito la discussione nella Commissione affari costituzionali. Tonini ebbe anche l’adesione del senatore Amato. Ma fu proprio a questo punto che la massa conservatrice del centrosinistra, capeggiata da Bassanini, si scatenò contro i due disegni di legge impedendo ogni possibilità di intesa.
Un altro episodio è anch’esso rivelatore. Quando la riforma costituzionale arrivò alla Camera dei deputati e i gruppi dei Ds e della Margherita cercarono di dare un segnale di disponibilità al confronto astenendosi sul primo articolo che riguardava una norma da tutti condivisa (il Senato federale) intervenne subito Prodi e impose a tutto il centrosinistra di votare sempre e comunque no, anche sugli emendamenti identici. Prodi e il centrosinistra hanno rifiutato il confronto di merito con la CdL per due ragioni: in primo luogo perché sono divisi al proprio interno ed entrando nel merito si sarebbero ulteriormente spaccati; in secondo luogo perché contestano la riforma non tanto o non solo per il suo contenuto ma per chi la propone, cioè contestano alle forze della Casa delle Libertà, percepite come estranee alle tradizioni politico-culturali (legittimatesi con la Resistenza) che hanno dato vita alla Carta del ‘48, il diritto di modificare la Costituzione.
Il centrosinistra contesta la riforma della CdL, ma non ha un’altra proposta di riforma da proporre (ogni partito e fazione che lo compone dice cose diverse). Sanno solo dire di No, di fatto vogliono conservare e imbalsamare la Carta del ‘48, impedendo all’Italia di dotarsi di istituzioni moderne ed efficienti per competere in condizioni di parità con le altre democrazie.
Se vincerà il No le spinte conservatrici prevarranno e sarà la pietra tombale di qualsiasi possibilità di riforma. Solo se vincerà il Sì verranno confermati gli ottimi principi ispiratori della riforma (premier scelto dagli elettori senza più ribaltoni, riduzione del numero dei parlamentari, superamento del bicameralismo perfetto e ripetitivo, federalismo equilibrato, responsabile e solidale). Solo se vincerà il Sì si potrà arrivare ad una riforma della Costituzione condivisa dalle maggiori forze parlamentari anche migliorando alcuni aspetti tecnici che richiedono una revisione del testo approvato lo scorso anno dal Parlamento.
Non sprechiamo la grande occasione per cambiare e modernizzare la Costituzione che ci viene offerta il 25 e 26 giugno. Andiamo tutti a votare e votiamo convintamente Sì. È in gioco il futuro dell’Italia, il futuro di tutti noi.

Sciacalli senza vergogna

Riporto un magistrale articolo di Renato Farina, tratto dal quotidiano Libero di sabato 10 giugno, e che vale assolutamente la pena leggere dall’inizio alla fine.
I link, le evidenziature e i “grassetti” sono stati aggiunti dal sottoscritto.

I ROSSI SON GIA’ NERI – di Renato Farina
La ribellione contro i predatori dell’anima italiana si è concentrata in questi giorni vicino a un soldato morto. Prima del funerale del caporalmaggiore Alessandro Pibiri, ucciso a Nassiriya, al Celio era stata preparata la camera ardente. La bara di legno, soldati sull’attenti, le lacrime della famiglia in veglia. Ed ecco, improvvisamente, giunge una notizia là dentro. Fuori dall’uscio, c’è un politico. Ha l’aria compunta di chi è pronto a mettersi in cassaforte questo lutto come oro per la sua causa. E’ Oliviero Diliberto, capo dei Comunisti italiani, sardo come il caduto. Ci sono i giornalisti, e fa le prove con loro: «Sono d’accordo con il papà del soldato ucciso: quando andiamo via dall’Iraq?». Nel momento della disperazione aveva espresso la sua prostrazione: via tutti. E aveva ed ha ragione: dopo il rinnegamento di Prodi, prima si va via meglio è, si è carne da cannone, senza neanche la corazza invisibile che viene dal fatto che il tuo presidente stima e approva il tuo sacrificio.
Intanto, funzionano benissimo i padri dei soldati morti quando ci danno ragione, che occasione spettacolare per Diliberto. Il quale entra, non dubitiamo sia addolorato sul serio, ma non resiste. Invece di dire le parole banali così preziose, tipo «Mi dispiace», «Non è stato un sacrificio inutile»; «Tanti gli vogliono bene»; invece di essere un uomo, Diliberto ha preferito scegliersi la parte di politico astuto. Si avvicina e dice: «L’ho sempre detto che non dovevamo andare in guerra…». Dice così: in guerra. Come dire che quel ragazzo che padre, madre, fidanzata e fratello stanno piangendo era andato là, in quel deserto babilonese, ad ammazzare. Se fosse stato per Diliberto, Bertinotti, Prodi e compagni non avrebbe potuto esprimere quella vocazione guerriera e sarebbe vivo. Insomma: l’ha ucciso Berlusconi.
E’ allora che le gambe di Mauro Pibiri si sono avvitate al suolo. I soldati sanno cosa sia. Hai davanti uno più potente, ma la giustizia è dalla tua parte. Di qui, questo non passa. Quelle parole non passano, non possono essere di chi ci governa. Invece sì, purtroppo. Mauro Pibiri gli grida in faccia, con la forza calma di chi ha il cuore frantumato, ma l’idea del bene e del male è intatta e pura: «Ma che cosa dice? Mio fratello era andato laggiù per aiutare gli iracheni, non per fare la guerra. Lei che ne sa?». Mauro Pibiri è un giovane ufficiale in congedo. Non gli importa di destra, sinistra, centro, ma della verità. Diliberto se ne va alla chetichella. Dopo mezz’ora Mauro Pibiri parla ai cronisti: «I nostri militari hanno portato l’acqua e la luce, non la guerra. Smentisco il politico di estrema sinistra che davanti al cadavere di mio fratello è venuto a dire che non si doveva andare in guerra».
Questo fatto, che attingo dalla cronaca di Lorenzo Salvia sul Corriere della sera, è la prima grande sconfitta politica del governo Prodi. Una sconfitta più grave perché è morale e viene non da un avversario politico, ma da un uomo comune che impugna la sua dignità come una fiaccola che illumina l’abisso in cui siamo precipitati. Non è un fatto di quattro politicanti spelacchiati, capitati per caso in mezzo a una coalizione di sinistra sì, ma seria. Era stato Prodi in persona – ribadisco – a dire che gli italiani lì erano andati in guerra e ad occupare. Mentiva. Lo ha fatto perché la sua maggioranza si regge proprio sul rapporto privilegiato tra il premier e questi estremisti, rifondaroli, comunisti, verdi, eccetera. In questi giorni ha provato a tranquillizzare gli italiani, a spiegare che sono folclore, sono innocui. Balle. Sono la sua anima nera, anzi rossa.
Dopo questo schiaffo che è stato ignorato dai Tg e rimpicciolito dai mass media, un presidente del Consiglio civile dovrebbe andare a chiedere scusa, e rimangiarsi le sue parole in Parlamento. Potrebbe spiegare che ci ritiriamo perché sì, c’era nel programma, ma non rinneghiamo nulla di quella presenza «pacifica».
La parola messa tra virgolette è del Papa. Benedetto XVI ha usato l’espressione «ripresa pacifica» per descrivere l’obiettivo dei nostri in Mesopotamia. Come Mauro Pibiri. Come sente la grandissima parte del nostro popolo.
C’è stato un altro schiaffo solenne. Quello del presidente Giorgio Napolitano. Lo riconosciamo volentieri: ha usato espressioni nient’affatto neutrali. Ricevendo i capi della nostra Marina ha detto: «I nostri soldati sono impegnati in azioni militari ma non di guerra, è doveroso partecipare alle missioni dell’Onu, per assicurare la pace e la giustizia». Insomma: il contrario di quanto detto da Prodi, Bertinotti, Diliberto eccetera. Un linguaggio simile invece a quello – per rimanere nell’ambito del governo – di D’Alema, Mastella, Rutelli. Il problema però è questo: il governo sarà diviso, ma le scelte pubbliche sono tutte, ma proprio tutte da estrema sinistra. Il primo atto internazionale del governo – ricordiamocelo – è stato il ritiro dall’Iraq, lasciando esposto il nostro esercito, delegittimato moralmente, ad azioni vigliacche e persino, in punta di diritto, nobilitate da Prodi in quanto atti contro occupanti. E poi questi qui vanno a piangere ai funerali. A piangere quando ci riescono, perché com’è noto l’altra volta gli è proprio scappato di sghignazzare (vi ricordate Pecoraro Scanio? Nessuno gli ha chiesto di fare un passo indietro e di scontare in qualche purgatorio politico la sua sconcezza: macché subito un bel ministero).
Che cos’abbiamo fatto, chi abbiamo mandato al governo sulle loro auto blu? Dei pazzi. Questo è il sentimento della gente comune dinanzi allo spettacolo dei piccoli Nerone al potere. Gli manca solo la cetra, ma Roma hanno già cominciato a incendiarla con pistolate da megalomani. Siccome hanno vinto, pensano di potersi permettere di tutto, pure con l’applauso del popolo. Noi avevamo avvertito che erano fatti così. Troppi ci sono cascati. Erano tanto carini a Porta a porta, così educati. Ora la grandissima maggioranza si rende conto, e c’è un lampo di paura in Italia, e si vorrebbe rispedirli nei loro centri sociali o confinarli nei salotti dove le chiacchiere sono solo chiacchiere, e non atti di Stato. Invece ci toccano. Per cinque anni? Confidiamo per molto, molto meno.
A questi comunisti gliene suonano anche gli alleati (alcuni), perché ogni tanto per fortuna prevale la decenza. Buona parte degli sciagurati elettori di Prodi li prenderebbero volentieri a sediate in testa, questi rivoluzionari del menga. Noi non li perdoniamo. Guardate in che casino ci avete messo, pur di metterla in quel posto al Berlusca. Lo diciamo anche a un vecchio amico saggio come Giampaolo Pansa. Anche lui pensava di aver votato un democristianone un po’ di sinistra, contornato da un comunista serio e realista come D’Alema. Pansa e quelli come lui, brave persone, hanno regalato con ottime intenzioni lo scettro a chi ride nel momento del lutto, a un presidente della Camera che va alla parata militare ma dichiara che non ci sta (Bertinotti), e a un Diliberto che con le sue belle giacchette fa la predica contro i soldati sulla bara del caduto, e quasi i parenti del caporalmaggiore lo sbattono fuori dalla sala ardente.
Ha un bel dire Prodi che sono folclore. Sono la sua spina dorsale. Prodi è legato con il filo di ferro a questa sinistra. Urge cambiare tutto. Magari anche con l’aiuto di una sinistra moderata e riformista, se non è venduta a questa corte di folli.
Renato Farina – Libero – Sabato 10 giugno 2006

Altri contributi su…

Il mio personalissimo pensiero
Sono molto addolorato per la tragica fine del nostro militare. Ma – come ho già scritto poco tempo fa – questi tragici lutti non riescono più a farmi stare zitto di fronte all’impudenza di certe persone.
Di tutti i personaggi, citati da Farina in questo articolo, trovo particolarmente negativa la figura di Prodi perché, diversamente da Diliberto (del quale si sa praticamente da sempre il pensiero), mente spudoratamente nel tentativo di “metterlo in quel posto” a tutti gli italiani, compresi quelli che l’hanno votato, e a buona parte dei suoi stessi alleati.
Nonostante la sua apparenza bonacciona, da tutto ciò che fa e dice (vedi anche la discussa intervista al settimanale tedesco Die Zeit – commentata anche su Il Legno Storto) traggo la netta impressione che sia una persona senza scrupoli e cattiva nel profondo. Una “maschera” perfetta per chi vuole governare il Paese non avendo “la faccia” per poterlo fare.

Scendiamo in strada… Un altro motivo per votare Sì

Segnalo il post “SCENDIAMO IN STRADA” apparso oggi sul blog di un mio caro amico, il Sorvegliato Speciale, e scritto dal “capo indiano dei sorvegliati”, Estiqaatsi.
Si parla della Corte di Cassazione della Repubblica (?) Italiana che ha assolto un certo signor Ricca, con una sentenza “acrobatica” degna della miglior “Forleo”, per aver dato del “buffone” all’allora presidente del Consiglio Berlusconi.

Ieri quell’epiteto se l’è beccato – secondo me meritatamente – anche Prodi, ma di questa notizia, sulle agenzie di stampa, oggi non c’è più traccia! Chissà il perché?

Questi, purtroppo, sono solo piccoli ma palesi segnali che ci fanno capire quanto sia grave l’“okkupazione gramsciana” che affligge l’Italia.
Per chi ha “occhi per guardare” è impossibile negare che – oggi sì – siamo in piena emergenza democratica.
Ora che comandano a pieno titolo, i “compagni” cercheranno di “okkupare” e conquistare tutto quel poco che fino ad oggi gli era sfuggito.
Lo faranno senza pietà e senza vergogna alcuna (vedi anche la faccenda di Sergio D’Elia) perché è la loro ultima occasione.
Infatti, quando questo governo (o è forse meglio chiamarlo dittatura?) cadrà, se ci saranno ancora elezioni democratiche e senza “trucchi”, gli italiani li “bastoneranno” col voto in modo tale che non potranno più tornare a governare il Paese per almeno 25 anni.
Per tutte queste ragioni è importante votare SI’ al prossimo referendum costituzionale perché, oltre ad approvare una riforma indispensabile al “rinnovamento” del Paese, si potrà anche dare un segnale forte a questi governanti “sinistri”.
Un segnale che gli faccia capire che l’Italia non ci sta.

Referendum costituzionale – Si vota SI’

Si vota Sì

Chi ha davvero a cuore il futuro dell’Italia, domenica 25 e lunedì 26 giugno, voterà Sì al referendum confermativo sulla riforma della seconda parte della Costituzione varata dal governo Berlusconi.

E’ fondamentale dare la massima diffusione ai contenuti di questa riforma e non prestare ascolto ai vari “Follini” (traditori del voto) ed all’attuale maggioranza di centro sinistra, retrograda ed ipocrita (più sinistra che centro), che stanno mistificando i significati di queste modifiche alla seconda parte della nostra vecchia Costituzione.

IL DECALOGO DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE (tratto dal sito ufficiale della Lega Nord)

I – Viene ridotto il numero dei parlamentari: da 950 a 773, con significativo risparmio per le finanze pubbliche.

II – Saranno i cittadini, e non più i palazzi della politica, a scegliere maggioranza parlamentare, coalizione di governo e primo Ministro: è il premierato.

III – Non più due Camere identiche, l’una doppione dell’altra. Ora il Senato sarà federale ed avrà una sua funzione specifica: rappresentare le esigenze delle Regioni. La Camera si occuperà di quelle dello Stato.

IV – Semplificato il procedimento legislativo. Non più lunghi e ripetuti passaggi di testi fra le due Camere, ma ciascuna Camera approverà le leggi nelle materie di propria competenza. Il risultato sarà la riduzione dei tempi e dei costi per le casse pubbliche.

V – La legge dovrà stabilire limiti al cumulo delle indennità parlamentari con altre entrate.

VI – I regolamenti parlamentari dovranno tutelare i diritti delle opposizioni: ora questo non è previsto.

VII – L’ordinamento evolve in senso federale, come sta avvenendo in molti Stati moderni: viene riequilibrato il riparto delle competenze tra Stato e Regioni per garantire migliori servizi ai cittadini, senza compromettere l’unità del Paese. Alle Regioni vengono devolute particolari funzioni in materia di istruzione, sanità e polizia locale. Tutte avranno le stesse opportunità, senza penalizzazioni per alcune aree rispetto ad altre e senza la differenziazione tra le Regioni, prevista dalla riforma del 2001. Si avrà quindi un federalismo equo, solidale ed equilibrato.

VIII – Tutte le leggi regionali dovranno rispettare il criterio dell’interesse nazionale, non più previsto a seguito della riforma del 2001.

IX – Sulle modifiche alla Costituzione sarà sempre possibile chiamare i cittadini ad esprimersi, mentre ora ciò non avviene se tali modifiche sono state approvate dalle Camere con la maggioranza dei due terzi.

X – Aumentano le garanzie per i comuni e le province, gli enti più vicini ai cittadini: potranno ricorrere alla Corte costituzionale in caso di lesione delle proprie competenze.

Ulteriori informazioni e approfondimenti li potrete trovare sul sito http://www.sivotasi.it/.

P.S. – Qui si riterrebbe più che mai opportuna anche una sostanziale modifica della Costituzione per quanto riguarda i suoi valori fondanti.
Infatti, leggendo bene la prima parte della nostra “Carta”, pare che l’unico valore fondante sia il “lavoro” (art. 1) mentre vi sarebbe solo un “riconoscimento” della libertà e dei “diritti inviolabili dell’uomo”.
Si legga questo post nell’ultima parte intitolata “La Libertà e la nostra Costituzione”.

AGGIORNAMENTO DEL 20 giugno 2006

A quelli che ostinatamente fanno propaganda per il NO, ai “fondamentalisti costituzionali” e agli indecisi, consiglio vivamente la lettura dell’articolo di Peppino Calderisi, “Referendum – Prodi, ribaltoni e bugie”, apparso su Il Giornale di ieri, 19 giugno 2006.
Ciò che scrive Calderisi è interessante soprattutto perché racconta alcuni retroscena davvero imbarazzanti per Prodi e il centrosinistra. E mi è parso talmente interessante che non ho potuto fare a meno di riportarlo anche su questo blog.

AGGIORNAMENTO DEL 26 giugno 2006

Si consiglia la lettura del post “Tutte le bugie della sinistra sul referendum”, dal blog “A Conservative Mind” (di Fausto Carioti).


ATTENZIONE
Chi volesse inserire commenti, a seguito dei post, può farlo sul blog ufficiale.
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